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I
SOPRANNOMI
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- Chi
sì tù? A chi sì figlie? -
Quante volte, tornando
a Fallo dopo una lunga assenza, ci siamo sentiti porre queste domande?
E quante volte ci siamo accorti che, in paese, presentarsi semplicemente
con il nome ed il cognome serve a poco?
Basta però pronunciare
il soprannome della famiglia cui si appartiene perché il nostro interlocutore
capisca subito chi siamo.
Come in quasi tutti
paesi, infatti, anche a Fallo i soprannomi sono senz'altro quanto di più
diretto ci possa essere per identificare una persona. È un segno distintivo
tramandato di generazione in generazione.
In questa sezione del
sito sono elencati i soprannomi di quasi tutte le famiglie del paese.
Molti sono strani, altri, apparentemente incomprensibili, serbano delle
sorprese, ma, tutti, stimolano curiosità e, così come accade per i cognomi,
se ne vorrebbe conoscere l'origine.
La pagina sarà arricchita
con le informazioni riguardanti il singolo soprannome, man mano che ne
verremo in possesso.
Per fare ciò, confidiamo,
come sempre, nell'aiuto di tutti coloro che, come noi, vogliono mantenere
vive le tradizioni del nostro paese.
A loro vanno i nostri ringraziamenti anticipati. Siamo particolarmente
grati al professor Mario Catinella che, con
i suoi suggerimenti, ci ha permesso di arricchire questa sezione e dare
una classificazione più razionale ai soprannomi.
Tale suddivisione
distribuisce questi ultimi nei quattro diversi gruppi sotto elencati.
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SUL GRUPPO CHE INTERESSA PER IL DETTAGLIO
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| GRUPPO 1: | soprannomi derivanti dal nome proprio di un membro della famiglia. |
| GRUPPO 2: | soprannomi derivanti dalla regione o dal paese d'origine di un membro della famiglia. |
| GRUPPO 3: | soprannomi derivanti da caratteristiche fisiche o da altre particolarità come, ad esempio, la professione esercitata da un membro della famiglia. |
| GRUPPO 4: | soprannomi la cui origine è sconosciuta e su cui si possono formulare solo delle ipotesi. |
| GRUPPO 1: soprannomi derivanti dal nome proprio di un membro della famiglia. |
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| GRUPPO 2: soprannomi derivanti dalla regione o dal paese d'origine di un membro della famiglia. |
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CIVITACUÀNE
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CIVITAQUANA
(CHIETI)
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LICCESE
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da LECCE
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MANUPPELLE
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MANOPPELLO (CHIETI)
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| MILANESE | da MILANO | |
| PISCIOTTE | PISCIOTTA (SALERNO) | |
| RUMANE | da ROMA | |
| SICILIANE | dalla SICILIA |
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| GRUPPO 3: soprannomi derivanti da caratteristiche fisiche o da altre particolarità come, ad esempio, la professione esercitata da un membro della famiglia. |
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SUL SOPRANNOME CHE INTERESSA PER IL DETTAGLIO
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È questo un altro soprannome legato alla professione del suo possessore. Non era raro che a Fallo chi partiva in cerca di lavoro facesse dopo un po' di tempo "arichiamà" (letteralmente: richiamare) qualche altra persona del paese che sapeva in condizioni economiche disagiate. I più fortunati erano quelli che partivano per luoghi di lavoro relativamente vicini (Napoli ad esempio) e la maggior parte trovava lavoro negli alberghi. Le mansioni erano naturalmente le più disparate, dallo sguattero di cucina (il cosiddetto lavapiatti), al facchino (con la distinzione tra "facchino" vero e proprio e "facchino ai piani", di rango più elevato), dal cameriere, al cuoco, fino (per i più fortunati) ad arrivare allo chef. Esisteva, tra le altre, una professione
forse appositamente "coniata" per l'occasione dagli abitanti di Fallo
ed era proprio quello di "Lu Cafittiere".
Probabilmente tale mestiere era
semplicemente quello di un cameriere con la specifica mansione di servire
la prima colazione (tra cui il caffè, appunto), ma, con l'abitudine che
c'era a quei tempi di fare distinzioni nette di rango in base al mestiere,
una cosa era fare il cameriere ed un'altra era fare "Lu
cafittiere".
Verosimilmente la persona cui tale soprannome era stato imposto era stato "richiamato" da qualcuno a svolgere tale lavoro in un determinato albergo e da allora, anche se in seguito forse era diventato proprietario dell'albergo stesso, il suo soprannome rimase sempre legato alla sua prima professione: lu cafittiere.
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Cammina piano: più chiaro di così! Infatti, il soprannome probabilmente si riferiva ad una persona la cui andatura non era proprio il massimo della speditezza. Per dovere di cronaca riteniamo necessario informare che molto tempo fa a Fallo, con il termine "caminapiane", si indicava anche il pidocchio. È, infatti, noto che molte donne lavavano i panni con la "luscie" (lisciva: ricavata unendo all'acqua bollente il sapone e la cenere del camino) e "nchi lu sapone di case" (con il sapone di casa) perché così "z'accideve li caminapiane" (si ammazzavano i pidocchi). La scarsa igiene di quei tempi ed il costante contatto con gli animali, costringeva quasi tutte le famiglie a convivere con parassiti di vario genere ed a prendere, di conseguenza, le opportune precauzioni.
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Veramente singolare l'origine di questo soprannome. Alcuni sostengono che esso sia la storpiatura dialettale del termine "cappellaio", colui che vende i cappelli. Più verosimilmente, il termine fa invece riferimento a "capellaio" (venditore di capelli). In tempi molto lontani, infatti, esisteva la figura del capellaio. Questo tipo di commerciante, ormai del tutto estinto, vendeva o acquistava i capelli. È quindi molto probabile che gli appartenenti alla famiglia cui tal epiteto è stato imposto, avessero come avo un venditore di capelli, un capellaio, appunto. A Fallo, le persone più anziane parlano spesso di tali personaggi. Alcuni capellai abitavano in paese, altri provenivano dai vicini centri abitati e giravano per le strade di Fallo attirando gli acquirenti o i venditori con il richiamo: - Cincinare! Capillare! (Cenciaiolo! Capellaio!) - In tempi in cui le donne erano solite portare i capelli lunghi raccolti in crocchie, questi, in caso di necessità, potevano diventare merce di scambio. In particolare si racconta di una coppia di vecchi, originaria di un paese vicino, che si era stabilita a Fallo. Il loro "lavoro" era appunto quello di cenciaioli. Accanto ad un enorme letto dell'unica stanza in cui vivevano, tenevano tutta la loro mercanzia: montagne di stracci e sacchi di capelli. Questa singolare merce pare che fosse poi rivenduta dai capellai per essere riutilizzata nell'industria tessile.
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Sono certamente pochi i soprannomi
le cui origini sono così chiare.
Carbuniere,
infatti, è la forma dialettale della parola carabiniere e certamente la
professione del capostipite cui tale epiteto era stato imposto doveva
sicuramente essere quella di tutore della legge. Naturalmente non è dato
sapere a quale periodo "storico" risale l'origine del soprannome ma certamente
questo è uno dei rarissimi casi in cui l'epiteto era oggetto di vanto
da parte di colui a cui era stato dato.
Come sempre accade, i soprannomi
vengono "estesi" anche agli altri membri della famiglia ed anche in questo
caso tale regola viene rispettata così, essendo una donna l'ultima "erede"
del nomignolo, quest'ultimo si è trasformato da "carbuniere"
(carabiniere: genere maschile) in "carbunere"
("carabiniera": genere femminile).
Del resto il singolare personaggio
di "La carbunere" (crediamo ultima discendente
della famiglia) era noto a tutti e sono molteplici gli aneddoti narrati
sul suo conto.
Ma, di là da quelle che potevano
essere le stravaganze del personaggio, questo soprannome è senz'altro
uno dei più conosciuti del nostro paese. Sarà forse solo perché un suo
avo ebbe l'onore di appartenere all'Arma?
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Per trovare l'origine di tale
soprannome abbiamo dovuto ricorrere alla nostra conoscenza dei termini
arcaici tipici della nostra zona e cercare di calarli nella formulazione
dell'epiteto. Quest'ultimo deriva, infatti, dal termine chiochie
che, lo ricordiamo, sono particolari calzari in uso soprattutto presso
i pastori (vedi la sezione "Il dizionario" in questo sito). Non è dato
sapere però se il soprannome sia stato imposto al suo possessore perché
era solito indossare tali calzature o perché dimostrava una certa abilità
nel realizzarle.
Una cosa è però certa, per conferirgli
l'epiteto è stato necessario forgiare un nuovo termine che identificasse
il confezionatore o il portatore delle chioche: chiuchitte,
appunto.
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Insieme alla parola dialettale
"CACÀGLIE", "CIAVÀGLIE",
è un termine onomatopeico per indicare la balbuzie. Generalmente a Fallo
il balbuziente è chiamato "culle chi cacàglie".
Non dimentichiamo che molti dei soprannomi imposti non solo a Fallo, ma
in tutte le piccole comunità in cui spesso i soprannomi ed i nomi sono
quasi tutti uguali, non erano quasi mai imposti per cattiveria o per derisione,
ma soltanto a fini pratici: servivano ad identificare una specifica persona
o una famiglia. E quale migliore elemento distintivo può essere utilizzato
per riferirsi ad un determinato individuo se non quello di un suo difetto
fisico o un problema di comunicazione? Questo soprannome ne è un classico
esempio.
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Risalire all'origine di tale soprannome
è fin troppo facile. La traduzione italiana del termine è, infatti, semplicissima:
piccolo cieco. Probabilmente il suo capostipite doveva avere qualche serio
problema di vista o essere addirittura orbo di un occhio oltre ad essere,
chiaramente, piccolo di statura.
Questo però non è tutto. "Li
Cicatielle" sono, nel dialetto molisano, quelli che da noi sono
chiamati comunemente "Strangula prijèite"
(letteralmente, strangola preti, gli gnocchi di patate). Potrebbe quindi
essere che il soggetto con tale soprannome avesse una particolare predilezione
per questo piatto oppure, con molta fantasia, che il suo aspetto fisico
ricordasse un po' quello del caratteristico tipo di pasta di cui sopra.
Tutto ciò non è dato saperlo,
poiché tale soprannome è del tutto scomparso dal nostro paese. È restato
solo il termine che, pur non essendo molto originale, è comunque un pezzo
della storia di Fallo.
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Sul significato della parola "còscene"
i cultori del dialetto fallese sono quasi tutti d'accordo: essa designa
un contenitore simile ad un grosso cesto. La diatriba è invece molto più
accesa sul tipo di materiale con cui tale contenitore era costruito; alcuni
affermano che fosse interamente di legno, altri assicurano che di legno
avesse solo il fondo mentre il resto fosse fatto di vimini intrecciati.
Una cosa è certa, l'oggetto in questione è caduto in disuso già da parecchio tempo ed il termine stesso è ormai obsoleto. Stabilito il significato del termine, è ora opportuno chiarire che il prefisso "concia" (presente nel soprannome) altro non è che la forma elisa della parola "acconcia" (dal verbo "acconciare", cioè aggiustare, riparare): insomma "colui che acconcia le còscene". Per dovere di cronaca, è opportuno ricordare che gli artigiani dell'epoca non si limitavano solo a riparare tali recipienti ma ne costruivano di nuovi su richiesta dei clienti. Tali artigiani, perché d'artigiani
si trattava, pare che avessero il loro laboratorio nella zona dove ora
si trova la chiesa della Madonna del Perpetuo Soccorso. Sembra inoltre
che uno dei migliori passatempi dei bambini dell'epoca fosse proprio quello
di stare a guardare come, dalle abili mani degli artigiani, nascessero
i recipienti.
Una volta quindi, invece di andare
al cinema, per divertirsi si andava a "la puteche
di conciacòscine" (alla bottega di conciacòscine).
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È uno dei tanti soprannomi ormai caduto in disuso. Non esiste infatti a Fallo alcun discendente di colui cui tale epiteto è stato imposto. È pervenuto a noi probabilmente soltanto per la sua particolarità o solo perché qualcuno ancora ricorda vagamente il personaggio a cui era stato attribuito. Tradotta letteralmente la frase "Core di ddiece" vuol dire "Cuore di dieci", ma per la persona che la pronunciava ed a cui poi è stato affibbiato il soprannome, assumeva ben altro significato. L'espressione, infatti, nasconde una frase blasfema e ci sembra strano che, in tempi in cui la fede era una dei capisaldi della società contadina, fosse tollerata. Probabilmente chi la pronunciava così di frequente (al punto di farne il suo identificativo personale) non accettava di essere ripreso da nessuno e, sebbene considerato probabilmente un parente del demonio, continuava imperterrito a lanciare il suo grido "Core di ddieci" contro coloro che lo osteggiavano e che certamente non mancavano di farsi il segno della croce quando lo incontravano per le strade del paese.
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Nella forma dialettale con la parola "cucchiere" s'intende la cazzuola del muratore. Nel nostro paese anni fa era molto in uso la frase "quann'ajepre la vocche pi parlà ci vulesse na cucchiere di calce p'archiùdijele" (quando apre la bocca per parlare ci vorrebbe una cazzuola di calce per richiudergliela) riferita a chi non diceva sempre delle cose sensate. Quindi, l'ipotesi più semplice è quella secondo la quale il possessore di tal epiteto sarebbe stato un operaio edile o, in ogni modo, qualcuno dedito a lavori di muratura. Non tutti sono però d'accordo
su tale teoria. In molti sostengono che il termine non sia altro che la
deformazione dialettale della parola cocchiere.
È noto che in tempi non certo recenti gli spostamenti avvenivano di solito a piedi, a dorso d'animali da soma o, per i più fortunati, su carrozze trainate da cavalli. Non ci meraviglierebbe affatto quindi che qualche antenato della famiglia cui tale soprannome è stato dato facesse effettivamente il cocchiere, magari a servizio presso qualche signore, il che, per quei tempi non era certo cosa da poco.
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È fin troppo semplice ipotizzare
l'origine di tale soprannome.
"Lu firrare" nella forma gergale altri non è che il fabbro. Nel dialetto più arcaico veniva anche chiamato "fabbriche firrare" (distorsione di fabbro ferraio). È facile quindi intuire che la persona cui tale epiteto era stato imposto esercitasse come professione, appunto, il fabbro. Più volte nel sito abbiamo fatto riferimento a questo artigiano che, assieme al falegname, era fra quelli tenuti in maggior conto nel paese. Era a lui che ci si rivolgeva per la ferratura dei somari, dei muli o dei cavalli ed era sempre lui che fabbricava le chiavi di quasi tutte le serrature delle case del paese. Ma non solo: fabbricava anche i cerchi per le botti e i famosissimi ferri per le "pizzelle" di cui più volte abbiamo parlato (vedi "Oggetti d'Abruzzo" e "La cucina"). Era insomma un artigiano di cui non si poteva fare a meno e forse è per tale motivo che questo soprannome è giunto fino ai nostri giorni.
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E' questo un originalissimo soprannome
la cui origine si perde nella notte dei tempi e di cui nel nostro paese
non è rimasto nessun discendente.
Ci è quindi difficile formulare
delle ipotesi sulla sua origine, ma un aiuto può certamente venirci dai
vari riferimenti che troviamo nella cultura sia italiana sia straniera.
Sono, infatti, molte le opere,
soprattutto la filmografia, che trattano l'argomento Fra'
Diavolo. Il più noto è certamente un film comico del 1933 di Hal
Roach, interpretato da Stan Laurel ed Oliver
Hardy.
Il perché di tanta abbondanza di opere che riguardano questo personaggio è presto detto: Fra' Diavolo è un personaggio realmente esistito nel 1700 il cui vero nome era Michele Arcangelo Pezza (Itri, 7 aprile 1771 - Napoli, 11 novembre 1806). Considerato da alcuni un bandito e da altri un eroe nazionale, pare che il Pezza debba il suo soprannome (originariamente Fra' Michele) ad un saio fattogli indossare dalla madre dall'età di cinque anni come ringraziamento a San Francesco per averlo guarito da una grave malattia. Il passaggio del nomignolo da Fra' Michele a Fra' Diavolo il Pezza se lo guadagnò "sul campo" compiendo azioni non proprio virtuose. Per un maggior dettaglio sul personaggio fai click qui. A questo punto forse si può ipotizzare
che il soprannome, al nostro compaesano, sia stato imposto o per il suo
modo di vestire (forse indossava un saio) o perché dietro un'apparente
docilità nascondesse un carattere tutt'altro che mite, ma qualcuno azzarda
anche l'ipotesi che magari il suo aspetto fisico non fosse dei più rassicuranti.
Una cosa è certa: in questo come
in altri casi, il nostro paese, grazie ad un epiteto, si è fregiato di
un nome di "rilevanza storica".
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È questo un classico esempio di
soprannome legato ad una caratteristica fisica del suo possessore.
A Fallo chiunque parli con una voce nasale è chiamato appunto "frusciute", termine che deriva chiaramente da frogia. Naturalmente esistono anche altre ipotesi formulate su tale soprannome, tutte però legate all'organo predisposto all'olfatto. Frusciute potrebbe essere ad esempio anche una persona con il naso molto grande e non è un caso che la "frusciarole" (vedi anche la rubrica "Oggetti d'Abruzzo" in questo sito) sia un recipiente di vimini in cui veniva messo il formaggio fresco per consentirne l'essiccazione. Colui (o colei) che aveva le dimensioni del naso tutt'altro che modeste si diceva che aveva "lu nuase gnè 'na frusciarole". Tra le due ipotesi appena formulate la più attendibile, perché maggiormente avvalorata, è senz'altro la prima anche se, a quanto ci risulta, nessuno dei discendenti con tale soprannome abbia conservato la caratteristica fisica originale.
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È uno dei soprannomi sulla cui origine non si hanno dubbi: tradotto letteralmente vuol dire l'africano. Che questo soprannome dipenda dal fatto che quasi tutti i membri della famiglia siano di carnagione scura o che il capostipite abbia, a differenza di altri nostri paesani, cercato fortuna in Africa piuttosto che in America, ha poca importanza: in un modo o nell'altro il Continente Nero ha certamente influenzato la scelta dell'epiteto in questione. Del resto nel nostro paese non
mancano nomignoli che si rifanno anche a personaggi storici piuttosto
noti del continente africano. Basti pensare a "Lu
Negùs" (il Negus), soprannome non presente nel nostro elenco ed
imposto non si sa bene da chi e per quale motivo ad un nostro compaesano.
Certamente Hailè Selassiè (Negus
etiope degli anni trenta) ignorava la presenza di un suo omonimo in un
paesino d'Abruzzo. Forse, se l'avesse saputo, avrebbe favorito i rapporti
diplomatici e gli "scambi culturali" tra l'Africa e questo piccolo paese
della vallata del Sangro.
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Semplicemente: il sordo. Questo è certamente un soprannome di cui è facile trovare l'origine. Sono sicuramente in molti a ricordare il capostipite di tale epiteto. L'uomo, probabilmente afflitto da un difetto d'udito dalla nascita, con l'età, come sempre accade, era diventato quasi del tutto sordo e non era possibile parlargli se non urlando a squarciagola. Una delle cose che da sempre ha caratterizzato il nostro paese, è certamente il silenzio. Questa particolarità consente di udire suoni e rumori anche a notevole distanza, ma a "Lu Surde" tale vantaggio era naturalmente negato. "Chi jè c'allucche
accuscì?" (chi è che urla in questo modo?) si chiedeva chi non
conosceva il personaggio. E la risposta era sempre la stessa: "Cocchedune
chi sta parlenne nchi lu surde!" (qualcuno che sta parlando con
il sordo!).
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È stato piuttosto difficile
stabilire l'origine di tale soprannome, ma ciò che abbiamo scoperto
a proposito del termine in questione è stata una vera rivelazione. La
parola "manocchie", infatti, oltre ad essere
un termine arcaico per indicare il covone di grano, è anche un'antica
unità di misura usata appunto per pesare questo cereale.
Il termine "manocchie"
lo troviamo addirittura nel "Trattato di fortificazione"
di Galileo Galilei di cui riportiamo un brano: "…e
acciò che il terreno stia più unito insieme, si pigliano delle scope,
o vero altri legnami forti e sottili, come castagno o quercia; e presone
quante commodamente n'entrano in una mano, tenendo fermi i pedali, s'avvolge
e s'attorce il resto: doppo destramente s'addoppiano, torcendo pur sempre;
e così addoppiati, si legano con ginestre o giunchi in due o tre lati,
facendo le manocchie, come si vede…"
Occorre inoltre precisare che
il termine è tipico del Molise ed è quindi probabile che il capostipite
cui tale soprannome è stato imposto fosse originario proprio di questa
regione i cui confini sono così vicini al nostro paese.
Insomma, è possibile che l'epiteto
derivi dall'abitudine che aveva il suo capostipite di pronunciare la
locuzione "manocchie" invece del più usuale
"manuòppele" in uso presso di noi e che
gli sia stato conferito proprio perché considerata una "novità" (nel
senso canzonatorio del termine) nella forma dialettale fallese.
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È fin troppo semplice immaginare
l'origine di questo soprannome. Il suo significato è chiarissimo: maresciallo.
Difatti, la particolarità dell'antenato cui tale epiteto fu imposto era
proprio quella di essere un militare decorato con simile grado.
Secondo le persone più anziane
del paese però questa caratteristica sembra sparire del tutto dinanzi
ad un più importante elemento distintivo della famiglia: il possesso di
una carrozza con relativi cavalli. Era certamente un segno di distinzione
e di agio avere la disponibilità di un mezzo di trasporto soprattutto
se, come narrano i vecchi, "Tineve cierte rote grosse
e chi la purtave tineve nù scrijuazze tante lunghe pì minà a li cavielle"
(aveva delle grandi ruote e il conducente era provvisto di una frusta
molto lunga per incitare i cavalli).
Il ricovero per tale mezzo pare
che fosse sotto uno sporto di Colle Rosso chiamato appunto "Spuorte
di Mariscialle" (attualmente chiuso e restaurato).
Su tale sporto si esibiva anche
un noto personaggio di cui abbiamo avuto già modo di parlare in questo
sito (vedi l'aneddoto "Emigrante" nella rubrica "Gnà dicette culle"):
Pumpare.
Detto personaggio trascorreva
gran parte del suo tempo proprio sopra Colle Rosso sullo "Spuorte
di Mariscialle" onorando l'ospitalità che il proprietario gli accordava
con una delle sue canzoni preferite e da lui stesso inventata: "Pumpare
e une, Pumpare e ddù, è sciute la grancasce di Mariscialle!". (Pumpare
e uno, Pumpare e due, è uscita la grancassa di Mariscialle!).
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Apparentemente impossibile da
decifrare, l'origine di tale soprannome è più semplice di quello che può
sembrare a prima vista. S'ignora quali variazioni abbia subìto negli anni
l'epiteto in questione, ma la forma definitiva fino a noi giunta non dà
adito a dubbi: esso altro non è che la trasformazione del francese Monsieur
(signore) e, come tale, il suo possessore era conosciuto e quasi venerato
in paese. Aveva addirittura (udite, udite!) una serva che lo accudiva
e questo era per lui motivo di vanto (per anni in paese si parlò della
"serve di minsù"). Tanto benessere gli era
venuto, ovviamente, dal suo lavoro di chef all'estero (in Francia appunto).
Come tutti gli emigranti, era forse tornato al paese con qualche soldo
in più rispetto alla media di quei tempi ed i paesani di allora lo avevano
innalzato al rango di "signore" chiamandolo con quell'appellativo che
tanto era usato dalla sua serva (monsieur, appunto).
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È troppo semplice desumere che l'origine di questo soprannome derivi dal termine pazzerello (piccolo pazzo). Più originale è invece l'ipotesi che l'epiteto provenga dal vocabolo partenopeo "Pazzariello", folcloristico personaggio napoletano purtroppo ormai del tutto scomparso. È possibile quindi che il capostipite della famiglia cui tale nomignolo è stato imposto venisse proprio dalla "vicina" Napoli e che avesse il particolare "dono" del propagandista. Chi o cosa era 'O
Pazzariello?
Era il predecessore dei "Caroselli",
il progenitore degli spot pubblicitari, il diretto erede dei banditori
che nel medioevo andavano di borgo in borgo ad urlare le "grida" dei potenti.
"'O Pazzariello"
aveva un abito sgargiante, da grande ammiraglio, con alamari e feluca,
impugnava, di solito, una specie di scettro ed era contornato da una banda
di suonatori destinati, essenzialmente, a fare chiasso e ad attirare l'attenzione
del popolo dei vicoli.
Tale abbigliamento variava a seconda
della notorietà e delle possibilità economiche dell'interprete e dei suoi
accoliti. Pomposo in alcuni casi, misero e raffazzonato in altri.
Il cerimoniale era però sempre
uguale e le trovate, le battute, i motti di spirito, erano affidati alla
fantasia ed alla creatività di questo virtuoso che, in molti casi, era
un autentico artista.
L'inaugurazione di un nuovo negozio,
l'inizio di una campagna promozionale, l'arrivo di nuovi prodotti erano
reclamizzati da questi personaggi che inscenavano, in ogni vicolo, un
estemporaneo spettacolo che, spesso, coinvolgeva e chiamava al proscenio
scugnizzi e popolane che si trasformavano in spalle e comprimari dello
scatenato Pazzariello. Ricordiamo, per tutte, la frase: "Battagliò,
pupulaziò, i' aize 'o bastò, attenziò, è asciuto pazzo 'o patrò!..."
seguita da battute esilaranti ed improvvisate con cui faceva reclame ad
una nuova salumeria, ad una pizzeria, ad una cantina, eccetera.
Insomma, stiamo parlando di un
personaggio che oltre a portare allegria nel paese era anche di pubblica
utilità.
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Quando ci si riferisce a tale soprannome viene spontaneo ricordare un personaggio notissimo di Fallo che aveva tutte le caratteristiche fisiche indicate dall'epiteto: piccolo di statura e piuttosto magro. Quindi, una persona piccola o, meglio, piccina. Solitamente per indicare qualcosa di piccolo nella forma dialettale è utilizzata la parola "cirille", ma in questo caso si può pensare che il termine sia una diretta derivazione del vocabolo italiano. E non possiamo parlare del soprannome senza soffermarci sul personaggio. Esso era noto in paese non soltanto per la sua giovialità, ma anche perché per lungo tempo era stato la Guardia comunale di Fallo. Su di lui si raccontano molti aneddoti uno dei quali lo mostra come persona "tutta di un pezzo e ligia al dovere" al punto di affibbiare una multa alla sua stessa moglie sorpresa a lavare i panni nell'abbeveratoio degli animali. Non meno stuzzicante è la storia del diverbio tra due contadine del paese in cui la più battagliera delle due minacciava l'altra di ricorrere alla denuncia presso le locali autorità con l'invettiva: - Ti manne 'ngalere, ti manne! A lu Piccine…a lu…, a lu Piccine! -
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Veramente impensabile l'origine
di questo soprannome e lo dimostra che, nella prima stesura della pagina
Web relativa agli epiteti, esso fosse stato posto nel quarto gruppo (soprannomi
la cui origine è sconosciuta e su cui si possono formulare solo delle
ipotesi).
In effetti, la corretta collocazione
è l'attuale proprio perché la sua origine si pone tra i soprannomi derivanti
dalla professione di uno degli avi appartenenti alla famiglia. Qualcuno
ha ipotizzato che tale mestiere fosse quello del pupaio o puparo (costruttore
e venditore di pupi), ma fonti più attendibili affermano che, in tempi
neppure molto lontani, la famiglia esercitasse la professione di fabbricante
e di venditore di pipe. Nella forma dialettale, infatti, il pipaio è chiamato
"pippare". Poi, come sempre accade in questi
casi, la parola ha subito successivamente una serie di trasformazioni
idiomatiche fino a giungere all'attuale forma distorta di "Puppare".
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Sappiamo benissimo quale sia l'ipotesi
che spesso è stata formulata su tale soprannome e non possiamo dare torto
a chi tale tesi l'ha avvalorata: il soprannome è effettivamente un po'
ambiguo.
Occorre però tenere conto del
fatto che, al tempo in cui fu coniato l'appellativo, il termine "ricchione"
non aveva certamente il significato che comunemente gli si attribuisce
oggi, né nella forma dialettale ci risulta che il vocabolo indichi qualcosa
di diverso da quello che effettivamente è.
Assai semplicemente, in effetti,
la locuzione vuole riferirsi, come sempre, all'aspetto fisico della persona
cui tale epiteto era stato imposto: un anziano con grandi orecchie e con
lobi che, secondo alcuni, scendevano sino quasi a toccare il colletto
della camicia.
Sia il personaggio sia la sua
caratteristica fisica sono difficili da collocare nella storia del nostro
paese. Pare che abitasse in una delle case vicino all'attuale chiesa di
Santa Maria del Perpetuo Soccorso (La Chiese di la
Madonne) e che, rispetto alla media dei tempi di allora, fosse
particolarmente anziano. Negli ultimi anni della sua vita, come tutti
i vecchi, si era rimpicciolito: solo le sue orecchie erano rimaste quelle
di sempre a conferma del suo particolarissimo soprannome.
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Gli esperti di telecomunicazioni
conoscono benissimo il termine "ricevitore" (questa è la traduzione letterale
dell'epiteto) come componente degli apparecchi telefonici.
Nel nostro caso però, trattandosi
di una persona, certamente l'elettronica non c'entra nulla.
In questo sito, nella sezione
riguardante le frasi celebri di personaggi famosi ("Gnà
dicette culle"), abbiamo già parlato dell'impiegato delle poste
che per errata traslazione della parola "ufficiale" era chiamato "ufficie";
bene, il termine "ricevitore" altro non è che un "sinonimo" dello stesso
termine con la differenza che in questo caso pare che l'impiegato in questione
era addetto anche alla riscossione dei tributi.
Parlando con alcuni dei nostri
paesani nell'ambito delle "indagini" sull'origine di tale epiteto, alcuni
associavano questo soprannome alla persona adibita a leggere i contatori
della luce. Chi non ricorda, infatti, quei signori che giravano per le
case con quei grossi e pesanti registri con gli angoli delle pagine rinforzate
di metallo? Chi sa, forse nelle incombenze del "ricevitore" c'era anche
quella di leggere i contatori della luce!
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Sulla nascita di tale soprannome
esistono, come sempre, versioni contrastanti.
La maggioranza delle persone
del paese fa risalire l'origine dell'appellativo ad una questione puramente
estetica: quasi tutti i membri di tale famiglia hanno, infatti, i capelli
rossi. È facile quindi fare un accostamento tra il colorito della capigliatura
e l'epiteto "rossiccio" e, da qui, passare alla forma dialettale "ruscille".
Facendo però riferimento alla
storia del nostro paese, si scopre che nel 1583 sia Fallo sia Civitaluparella
erano dominati da tal Giulio Cesare Rossillo
(vedi la sezione storica del sito). Niente di più facile, quindi, che
gli appartenenti a tale famiglia non siano altri che i discendenti di
questo signore.
L'ipotesi più interessante e
forse la meno conosciuta fa risalire l'origine del soprannome alla professione
esercitata dagli avi di tale famiglia: sembra, infatti, che essi lavorassero
come servitori niente di meno che per i Rotschild.
Con la facilità che si ha nei paesi di distorcere a proprio uso e consumo
le parole poco comprensibili o particolarmente complicate, il cognome
Rotschild è stato trasformato nel più semplice "Roscille".
I capelli rossi hanno poi fatto
il resto.
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Certamente sono in molti a ricordare
il notissimo personaggio ultimo rappresentante della famiglia con tale
soprannome. L'anziana donna che lo portava con molta disinvoltura e quasi
con orgoglio, era nota soprattutto a coloro che si avvalevano del suo
aiuto per i lavori dei campi, insomma, "pi i a jurnate"
(letteralmente, per andare a giornata).
Non altrettanto conosciuta era
invece l'origine di tale epiteto, ma, da fonti attendibili risulta che
il soprannome era un'eredità lasciata alla donna dal padre. Chi ha, infatti,
conosciuto quest'ultimo, lo descrive come una persona dedita soltanto
al lavoro dei campi al punto tale da aver approntato, in uno degli appezzamenti
di terreno di sua proprietà, una specie di tana dove spesso rimaneva a
dormire anche la notte facendo ritorno alla sua casa in paese soltanto
saltuariamente.
L'aspetto fisico dell'uomo ed
il suo modo di vestire, certamente contribuirono non poco alla scelta
del nomignolo impostogli. Basso di statura, bruno di pelle, coperto da
una scura e lunga peluria e sempre con indosso gli abiti da lavoro, doveva
certamente avere l'aspetto di un selvaggio appena uscito dalle caverne.
La figlia, oltre al soprannome,
aveva ereditato la sua propensione al lavoro nei campi ed è per questo
motivo che, come già detto, era molto richiesta come bracciante. Inoltre,
la donna era sempre afflitta da una fame insaziabile, probabilmente anch'essa
atavica. Si racconta, infatti, che, spesso, dopo una giornata di lavoro
in campagna, tornando a casa della persona per cui aveva lavorato, dopo
essersi lavata le mani, era solita dire: - Siente,
i mò li miene mi li so allavate bbuone e è bìelle pulite, si tu tiè 'nà
nzegne di farine, mò assittiglie dù tagliarielle sùbbete sùbbete!
- (Ascolta, ora le mani le ho lavate e sono ben pulite, se tu hai un po'
di farina, ora "assottiglio" due tagliolini subito, subito!).
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Coloro che non hanno mai conosciuto
il personaggio con tale epiteto, credono tale soprannome derivante dalla
condizione economica del suo possessore: senza fissa dimora, in pratica
"allo sbando" (da cui il termine dialettale che vuol dire appunto sbandato).
Qualcun altro ha anche ipotizzato
che le sbandate in questione fossero di tipo sentimentale e che il noto
personaggio fosse quindi continuamente alle prese con delle pene d'amore,
ma così non è.
Chi invece ha avuto modo di conoscere
personalmente la capostipite di tale soprannome (perché è di una donna
che si tratta) spiega, alcune volte con dovizia di particolari, la vera
origine di tale appellativo. Sembra, infatti, che le sbandate cui era
soggetta la nostra compaesana fossero sì dovute a troppo amore, ma non
per gli uomini, bensì per la bottiglia.
Tale predilezione si sa provoca
però gravi effetti collaterali e certamente uno dei più evidenti è quello
legato alla deambulazione: così sbandando per le strade del paese dopo
qualche buona bevuta la nostra si è giustamente guadagnata questo leggendario
titolo.
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Quando ho chiesto l'origine di
questo soprannome ad una delle persone più anziane di Fallo, mi ha risposto
esattamente nel modo come mi aspettavo ed ha confermato l'ipotesi da me
fatta sulla sua origine: "era une chi tineve sempre
li scarpe sciolte" (era una persona che aveva sempre le scarpe
sciolte).
Il motivo di tale particolarità
va ricercata non certamente in una stravaganza del soggetto, ma alla sua
condizione economica che pare non gli permettesse di acquistare i lacci
(anzi, come si diceva in dialetto, "li crijuole").
Erano, "li
crijuole", lunghe strisce di cuoio sottile utilizzate in luogo
dei comuni lacci da scarpe, sicuramente robusti, ma certamente non facili
da trovare a buon mercato.
Sembra che n'esistessero di diverse
qualità ed i più scadenti dovevano, per così dire, essere "trattati" per
renderli utilizzabili. Erano di spessore irregolare e, per essere inseriti
negli occhielli delle scarpe, venivano pestati (acciaccate)
in modo da assottigliarli.
Oltre quindi alla spesa iniziale
della materia prima, avere un paio di lacci decenti costava anche una
certa perdita di tempo e fatica. Non valeva allora la pena di girare,
come faceva il capostipite di questo soprannome, 'nchi
li scarpe sciolte?
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La spesso atavica indigenza di
molti nostri compaesani in tempi neanche molto lontani ha consentito la
nascita di molti particolarissimi soprannomi. Questo epiteto ne è un esempio.
Sembra, infatti, che sia stato
imposto al suo capostipite proprio perché si era solito incontrarlo anche
in pieno inverno senza nessun copricapo che lo riparasse dai rigori della
stagione che, al nostro paese, si sa, non è mai stata clemente. Lungi
da voler sembrare con quest'atteggiamento un personaggio originale, il
nostro compaesano era costretto proprio perché indigente a girare "scapillate"
(senza cappello) e da qui all'epiteto "senza cappielle"
il passo è stato breve.
Esiste anche un'altra ipotesi,
anche se poco accreditata, sull'origine di tale soprannome. Qualcuno dice
che il personaggio cui tale epiteto fu imposto, avesse un unico copricapo,
anche piuttosto malconcio da cui non si separava mai. Un giorno, non si
sa bene per quale motivo (i più maligni ipotizzano che gli fosse stato
volutamente sottratto), il cappello scomparve e l'uomo per molto tempo
si disperò andando alla sua ricerca senza però mai ritrovarlo. Da quel
giorno divenne ovviamente "senza cappielle"
(senza cappello). Non vi sembra che questa storia somigli molto al famoso
romanzo di Gogol "Il cappotto"?
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È questo un originalissimo soprannome
ormai completamente scomparso dal nostro paese. La sua traduzione è, naturalmente,
semplicissima: serpaio, inteso ovviamente come colui che cattura o addomestica
i serpenti.
È notissimo il rapporto esistente
tra il popolo contadino e tale rettile considerato da sempre un animale
rappresentante il male ed è certamente per questo motivo che sono sorte
intorno ad esso tante leggende tramandate da generazioni fino ai nostri
giorni.
Del resto fino agli inizi del
novecento esisteva ancora la figura del "serpaio" (lu
sirpare, appunto) che aveva il compito di uccidere i serpenti in
modo da rendere meno pericoloso il lavoro dei contadini nei campi soprattutto
durante la mietitura. Secondo la leggenda, tali "professionisti" erano
protetti da San Domenico ed erano quindi immuni dal veleno dei rettili.
Certamente la festa di San Domenico
e dei serpari a Cocullo è una delle più note anche al di fuori della nostra
regione e questo, oltre a confermare quanto le tradizioni popolari resistano
nel tempo, ci consente di formulare anche l'ipotesi sulla nascita di tale
soprannome: il suo capostipite poteva essere proprio un "serparo" originario
di Cocullo che grazie alla sua "fama" era interpellato proprio per affrontare
e risolvere i problemi legati a questo "orribile animale".
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Fonti attendibili c'informano
che, intorno all'anno 1823, presso "La Règia Università degli Studi di
Napoli", uno degli avi della famiglia con tale appellativo si laureò come
farmacista diventando quello che, a quei tempi, veniva chiamato speziale.
Naturalmente, era un vanto per
il paese annoverare tra i suoi abitanti anche un laureato che, oltre a
possedere tutte le conoscenze specifiche della materia, commerciava, ovviamente,
anche in erbe medicinali. Non si poteva quindi fare a meno di nominare
i membri di quella famiglia riferendosi a ciò che, indubbiamente, rappresentava
un titolo di pregio: "Lo Speziale", appunto.
Nel corso degli anni, come sempre accade nelle forme dialettali, la parola si è trasformata, divenendo prima "Spiziale", poi "Spiziele" ed assumendo, infine, la definitiva forma di "Spuzijele". Certo, il termine "farmacista" è senz'altro più chiaro, ma notevolmente meno pittoresco.
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I soprannomi dei nostri compaesani non finiranno mai di stupirci, ma soprattutto non ci stupiscono i molteplici mestieri da loro intrapresi per sopravvivere. Non è dato sapere in questo caso
dove il capostipite della famiglia cui tale epiteto era stato imposto
avesse esercitato la sua professione, ma certo è che aveva a che fare
con lo stagno.
Il soprannome potrebbe essere
la contrazione dialettale del termine stagnino inteso più come calderaio
che come lavoratore dello stagno, anche se in dialetto il calderaio è
definito con l'appellativo di "callarare".
Se a ciò si aggiunge che per
secoli lo stagno è stato utilizzato per fabbricare recipienti adatti a
conservare alimenti (contenitori di rame rivestiti di stagno erano già
presenti nel XIX secolo), potrebbe essere possibile che il compito di
"Lu stagnare" non fosse solo quello di riparare
le caldaie, ma proprio quello di lavorare e forgiare oggetti in stagno.
Un bel mestiere considerando che un tempo i boccali realizzati in peltro
erano molto apprezzati!
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Anche in questo caso su tale soprannome sono state fatte molte ipotesi fantasiose. Una delle tante, parte dal presupposto che il nomignolo fosse stato imposto ad una donna con la tendenza alla rissa o, meglio, con la propensione a "fa' a tira capille" (fare a tira capelli). Pare che questo particolare modo di risolvere le controversie fosse molto in voga all'epoca e spesso le donne vi ricorrevano anche per contendersi semplicemente un posto al lavatoio. Un'altra ipotesi, meno accreditata, è quella secondo la quale la persona cui il soprannome era stato dato, per sbarcare il lunario vendeva i capelli che strappava o tagliava a qualche malcapitata di turno. In questa stessa sezione abbiamo già parlato di "Lu capillare"(vedi voce in rubrica). Nulla di strano quindi che qualcuno cercasse di vendere i capelli, suoi o altrui, per arrotondare le proprie magre entrate. L'ultima ipotesi, che è poi la più accreditata, è quella secondo la quale la donna cui il nomignolo era stato imposto, fosse affetta da un tic che la portava ad attorcigliare i capelli più lunghi intorno alle dita per poi strapparli. Certo è che se avesse rivenduto i capelli che si strappava a "Lu Capillare" avrebbe almeno potuto unire l'utile al dilettevole.
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La traduzione del soprannome è
semplice: piccola strega. In un periodo in cui le streghe erano molto
temute, essere soprannominata "streghetta" sicuramente non era una delle
maggiori aspirazioni. È vero, infatti, che a quei tempi qualsiasi tipo
di malanno apparentemente incurabile era attribuito alle streghe. In particolare,
ad esse era imputata tutta una serie di malattie intestinali e di deperimenti
organici di varia natura (all'epoca molto frequenti a causa della malnutrizione
e della scarsa igiene). Erano, naturalmente, sempre pronti una serie d'antidoti
contro queste calamità ed esistevano in paese delle persone preposte ad
eseguire riti propiziatori ed a dare suggerimenti su come tenerle lontane.
È nota a Fallo una serie d'aneddoti riguardanti tale argomento, ma essi
saranno narrati in altra sede. In tempi in cui probabilmente il rogo per
le streghe era stato abolito da tempo, l'appellativo di "stricarelle"
era, ovviamente, riferito soltanto all'aspetto fisico della persona cui
era stato dato. Probabilmente il modo di vestire (a quei tempi per la
verità non molto raffinato per nessuno) o la foggia della capigliatura
le davano forse le sembianze di una fattucchiera, ma le doti morali della
persona, da ciò che si racconta, non erano sicuramente quelle di una strega.
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Tabaccoso. La traduzione letterale della parola dialettale non ci aiuta molto a ricostruire l'origine di tale epiteto: si è solo certi che deriva dal termine tabacco. Né, considerando l'abitudine che c'era nelle forme dialettali a distorcere le parole a proprio uso e consumo, si può prendere il termine per quello che è. Possiamo soltanto ipotizzare che il possessore di tale soprannome fosse o un grosso consumatore di tabacco oppure un tabacchino (venditore di prodotto da fumo). Nel primo caso possiamo immaginarlo perennemente con la tabacchiera in mano ad aspirare la cosiddetta "pizzichiete di tabbacche" spargendone una buona quantità sui vestiti e lasciandone il lezzo tutto intorno. In tempi non recenti il tabacco da naso era molto in uso e chi lo utilizzava spesso invitava anche gli altri (bambini compresi) e farsi, come si direbbe oggi, una "sniffata". Qualcuno che lo ha provato, o non n'è rimasto entusiasta (provocava, ovviamente, forte irritazione alle narici ed alla gola) o n'è diventato un assiduo utilizzatore. Nel caso in cui invece l'epiteto si riferisse ad un venditore di prodotto da fumo, vedremo il possessore di tale soprannome intento a vendere, dietro un bancone, tabacco da naso sciolto o in pacchetti, tabacco da pipa o da sigarette, sigari, sigarette ed accessori vari di questo prodotto che, ai giorni nostri è oggetto di tante diatribe tra fumatori e non fumatori. Certamente, sia in un caso che nell'altro il capostipite di tale soprannome si portava dietro l'odore di ciò che manipolava continuamente e forse da qui è nato il suo epiteto di "tabbaccuse".
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Quando a Fallo, riferendosi ad
una persona, si dice che "è gnè nu zènghere"
(è come uno zingaro), solitamente s'intende dire che è poco raccomandabile
e non ci si può fidare.
Con i preconcetti radicati nella
società contadina verso chi non rispettava determinate regole, era facile
discriminare tali minoranze e spesso per rabbonire i bambini troppo vivaci
si spaventavano minacciandoli di "darle a li zìnghere"
(affidarli agli zingari).
Non che nel nostro paese non fossero
mancati casi di persone indicate come discendenti di zingari, intesi sia
come nomadi, sia, purtroppo come persone di scarsa levatura morale, ma
l'origine di quest'epiteto non rientra in nessuna delle caratteristiche
sopra citate.
Come sempre sono stati gli anziani
del paese che ci hanno aiutato nella nostra ricerca e la spiegazione ci
ha lasciato, come sempre, sbalorditi.
Pare, infatti, che il soprannome
derivi dal fatto che la famiglia cui apparteneva la donna con tale epiteto
(zingarelle in dialetto vuol dire piccola
zingara), fosse molto numerosa e che il capo famiglia molto prolifico.
Tale peculiarità già da sola bastava
ad attribuire alla famiglia il soprannome, ma il fatto poi che tutti i
suoi membri vivessero in un'unica casa (sembra anche abbastanza piccola)
accentuava sicuramente la sensazione di avere a che fare con una comunità
di zingari.
Probabilmente la minuta costituzione
della donna ed il suo modo di vestire un po' dimesso hanno poi fatto il
resto.
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La traduzione del soprannome è
intuitiva: zucchero.
Più complesso è invece il tentativo
di risalire all'origine dell'epiteto.
Poco credibile è l'ipotesi, avanzata
da alcuni, secondo cui qualche avo della famiglia coltivasse barbabietole
da zucchero o commerciasse nell'essenza ricavata da tale tubero.
È da scartare anche la tesi sostenuta
da coloro i quali affermano che i componenti della famiglia fossero particolarmente
propensi al consumo sconsiderato di dolciumi ed all'uso scriteriato dello
zucchero che, a quei tempi, era particolarmente prezioso.
L'ipotesi più probabile e più
avvalorata, è quella secondo cui uno degli antenati della famiglia fosse
d'animo particolarmente buono e dimostrasse una particolare disponibilità
verso chiunque andasse a chiedergli consiglio o aiuto.
Sta di fatto che, quando si nominano "Chille di Zùcchere" (Quelli di Zucchero), si pensa subito a quei pupazzi pasquali di fogge e dimensioni diverse fatti, appunto, con lo zucchero che si era soliti o confezionare in casa o acquistare per farne dono ai bambini e chiamati in dialetto "Pupe di Zùcchere".
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| GRUPPO 4: soprannomi la cui origine è sconosciuta e su cui si possono formulare solo delle ipotesi. |
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SUL SOPRANNOME CHE INTERESSA PER IL DETTAGLIO
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Sembra che l'origine di tale soprannome derivi dal tipo di "professione" esercitata dal personaggio cui tal epiteto era stato imposto: una persona dedita al baratto, allo scambio ed al commercio di qualche genere di mercanzia. Non dimentichiamo che il nostro paese non è stato mai ricchissimo e le pratiche di scambio tra varie famiglie di prodotti agricoli e d'allevamento era abbastanza frequente. Dalle carte catastali risulta che ancora oggi alcuni abitanti di Fallo sono possessori di piccolissimi appezzamenti di terreno posti in luoghi attualmente inaccessibili, soltanto perché un suo avo era diventato creditore di un sacco di grano che il debitore non era mai riuscito a restituire. L'ipotesi quindi che qualche persona traesse di che vivere intrattenendo rapporti di baratto tra due o più persone e ricavandone poi la sua parte, non è affatto inverosimile. Forse il termine più appropriato sarebbe stato commerciante o, nel nostro caso "Cummirciante" anche perché con il termine barattiere si definisce solitamente anche chi è dedito all'imbroglio ed alla truffa. Ma forse chi ha forgiato tale soprannome questo non lo sapeva.
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La traduzione è facilissima: bicchierino. Più difficile invece è fare delle ipotesi sull'origine del soprannome. Nessuno ha probabilmente mai pensato di chiedere l'origine dell'epiteto al diretto interessato. Certo, conoscendone l'originalità, costui sarebbe stato ben felice di accontentare il suo interlocutore. Non sappiamo se esistono in paese discendenti con tale soprannome, di certo l'ultimo membro della famiglia "degno di nota" lo portava con orgoglio e spessissimo lo citava quasi come un titolo onorifico. Molti sono gli aneddoti che si narrano su questo singolarissimo personaggio che, per sbarcare il lunario, era costretto a vivere d'espedienti. In paese si vedeva raramente ma era sempre riconoscibilissimo dal suo modo di vestire impeccabile anche se qualche volta fuori moda. A suo modo era un vero gentleman. Portava il suo soprannome con molta dignità e a tale proposito si narra un simpatico aneddoto. Un giorno fu invitato ad entrare in casa da un nostro compaesano. Quest'ultimo, dopo averlo invitato a sedersi, gli chiese di accettare qualcosa. Alla domanda se preferiva un caffè o un liquore lui rispose in italiano e con la classe che lo distingueva: - Prendo un liquore, grazie, devo pur tenere alto il mio soprannome di "Bicchirine"! -
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È questo un altro cognome su cui si è aperta una disputa. Sono in molti a sostenere che l'epiteto si riferisce all'aspetto fisico della persona a cui esso era stato imposto: fornito di piccoli baffi (baffetti) e, per distorsione dialettale, "blaffitte", appunto. Altri sostengono invece che il termine in questione derivi dal francese bluff (che vuol dire raggiro, imbroglio, ma anche simulazione, apparenza). In questo caso probabilmente la persona a cui era stato dato aveva la tendenza a simili comportamenti. Forse la statura bassa o la scarsa capacità di bluffare lo avevano relegato ad un livello inferiore facendolo diventare, per distorsione dialettale, un "blaffitte".
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È difficile stabilire l'origine di un soprannome quando esso può derivare da una grande quantità di termini. In italiano, infatti, con "brusca" ci si riferisce ad una serie di sostantivi e verbi ognuno con un diverso significato. La "brusca" è, infatti, sia una spazzola di solito usata per strigliare i cavalli, sia una malattia dell'ulivo. Con il termine "brusca" si fa riferimento anche alle stoppie, ai ramoscelli secchi, ma una persona "brusca" è pure colui poco gentile con il prossimo. Addirittura pare che la "brusca" sia un tipo di regolo flessibile. Per quanto riguarda invece il suffisso "itte", si tratta probabilmente come al solito di un modo per indicare una caratteristica fisica del possessore dell'epiteto (probabilmente magro o piccolo di statura). In ogni modo, senza voler scendere troppo nel complicato, con il termine "bruschitte" forse si voleva semplicemente indicare una persona con scarsa tendenza alla giovialità.
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Il soprannome è certamente uno
dei più comuni e dei più citati nel nostro paese, ma stranamente non se
ne conoscono le origini. Il termine "Bull"
è anomalo perfino per il dialetto fallese e dà adito a molte ipotesi tutte
poco attendibili. Per le nostre "indagini" sulle origini dei soprannomi
solitamente ci avvaliamo della collaborazione delle persone più anziane
del paese che solitamente collaborano sempre in maniera molto entusiastica
e non deludono quasi mai le nostre aspettative. Questo è stato uno dei
pochi casi in cui in molti, alla domanda: "Perché lo chiamavano Bull?",
hanno risposto piuttosto delusi: "Sacce i, j'onne
diceve accuscì!" (Non saprei, lo chiamavano così!).
C'è stato un solo caso in cui
la risposta è stata concisa e, almeno all'apparenza, chiara. Solo su quest'ultima
replica noi abbiamo potuto formulare l'ipotesi che segue.
Il termine "bull"
sembra che sia uno storpiamento dialettale della parola "balle"
(ballo, danza). Pare, infatti, che l'epiteto, sia nato proprio dalla passione
per la danza di una delle figlie appartenente alla famiglia con tale soprannome.
Non ci risulta che la ragazza abbia avuto fortuna come danzatrice e non
è dato sapere se l'appellativo fu imposto al genitore o alla figlia stessa
che diverrebbe così la "fondatrice" del soprannome, sta di fatto che ancora
oggi, almeno nel nostro paese, quando si parla di "Chille
di Bulle" si sa sempre a chi ci si riferisce.
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È questo un altro soprannome purtroppo ormai quasi del tutto scomparso dal nostro paese. I vari componenti della famiglia con tale nomignolo sono tutti emigrati ed i loro discendenti certamente non possono esserci d'aiuto nella ricostruzione dell'origine dell'epiteto. Il termine "campanine" nella forma dialettale vuol dire campanile. Infatti, una delle ipotesi più avvalorate, è quella che fa risalire l'origine del soprannome all'aspetto fisico del suo primo possessore: alto e dinoccolato, proprio come un campanile, appunto. Non mancano però anche altre tesi altrettanto fantasiose. Alcuni affermano che il termine altro non è che la fusione delle due parole "campa" e "Nino" (Nine in dialetto) riferito al fatto che il soggetto in questione riuscisse con molta facilità a sopravvivere anche in condizioni particolarmente precarie e di disagio. Tale ipotesi ci sembra tuttavia piuttosto forzata soprattutto perché mancante di riscontri anagrafici che confermano la presenza nel nucleo di questa famiglia di qualcuno con tale nome. Notissima è invece la località (che ovviamente non ha niente a che vedere con il soprannome) Ripa Campanine (Ripa Campanile in italiano): l'altissima parete di roccia a picco sul fiume Sangro, visibile da qualunque parte di Fallo e sulla cui sommità è ubicato il paese di Borrello. Particolarmente interessante è infine l'appellativo con cui un fallese di adozione per vincolo matrimoniale perché sposato con una donna della famiglia in questione, chiamava il proprio erede. L'uomo, trasferitosi a Fallo dal nord Italia per lavori lungo la linea ferroviaria, pur vivendo al paese da molti anni non ne aveva mai acquisito completamente il dialetto. Era solito quindi rivolgersi al suo rampollo in un italiano quasi perfetto con la seguente frase: "Cosa ne capisci tu, figlio di un campanile?"
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Particolarissimo soprannome che
fa chiaramente riferimento alla famosa festa religiosa. È altresì noto
il proverbio del mese di Febbraio che recita: "lu
ddù è la Canilore, lu tre è biasciole, lu quattre nin è cubbelle, lu cinche
è Agatelle" (il due è la Candelora, il tre è San Biagio, il quattro
non è nulla ed il cinque è Sant'Agata) e questo ad ulteriore conferma
che il nomignolo è riferito a quella particolare ricorrenza.
Per la Chiesa Cattolica, il due
febbraio, è il giorno indicato come Presentazione del Signore e come tale
risulta sui calendari, ma la ricorrenza è popolarmente chiamata festa
della Candelora perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo
di Cristo "luce per illuminare le genti".
Come sia possibile che ad una
persona potesse essere stata associata una tale ricorrenza è difficile
dirlo, ma forse qualche ipotesi può essere formulata.
La prima è che la persona (forse
una donna) fosse nata nel giorno della ricorrenza stessa ed il suo nome
fosse effettivamente Candelora (come Natalino per chi nasce a Natale,
Stefano per chi nasce a Santo Stefano, eccetera).
Altra ipotesi è che l'epiteto
sia stato coniato perché la persona cui era stato imposto commerciava
in candele oppure che s'interessasse, nel giorno della celebrazione, alla
distribuzione degli oggetti in questione.
Una cosa è certa: in entrambi
i casi era sicuramente considerata, dagli abitanti del paese un personaggio
di "pubblica utilità".
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Il personaggio con tale soprannome era talmente noto a tutti che, ancora oggi, quando è nominato, non si può fare a meno di ricordare la sua figura incombente a cavallo di una Vespa (molti si chiedevano come facesse il povero scooter a sorreggere cotanta mole). Da giovane era stato Guardia Comunale (una delle tante che si sono succedute nel paese) e molti dei ragazzi di quei tempi, ormai adulti, lo rammentano certamente non senza una punta di timore. Come molti altri uomini di allora, era cacciatore accanito, ma pare che si distinguesse in maniera particolare per la sua abilità nell'uso delle tagliole o delle trappole per la cattura e l'uccisione degli animali selvatici. Alcuni in paese lo consideravano, oltre che il più esperto in tale "arte", anche uno dei migliori nella ricerca delle tracce della selvaggina. Per tali motivi era spesso consultato per caricare e piazzare trappole e tagliole nei punti giusti. In poco tempo divenne "lu caricatore" ufficiale del paese e, da caricatore a "carichitte", il passo è breve.
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Unico indizio: "Lu spuorte di Carnivale". È da lì che si è dovuti partire per avere qualche notizia in più su questo particolare soprannome. Il luogo è notissimo ed è stato da sempre uno dei punti di riferimento del nostro paese, ma forse sono stati in pochi a chiedersi come mai avesse una così particolare denominazione. Il fatto che si trovi in un punto di passaggio, ha certamente contribuito ad "elevarlo" agli onori della notorietà, ma come sempre in questi casi sorge spontanea la domanda: è stata costruita prima la casa oppure è stato coniato prima il soprannome? Ovviamente non è dato saperlo. Una cosa è sicura, il soprannome deriva dall'usanza che si aveva nella famiglia di allestire una festa ogni volta che se n'offriva l'occasione, insomma in casa era sempre carnevale, anzi "Carnivale".
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È certamente difficile ipotizzare qual è l'origine di tale soprannome. In dialetto, il termine "cascette" sta ad indicare genericamente la cassa (ad esempio: 'na cascette di pimmadore). La parola "cascittone" è probabilmente un accrescitivo dispregiativo dello stesso termine: quindi, una cassa piuttosto grande in condizioni non proprio perfette. Non è in ogni modo esclusa l'ipotesi che il termine indichi semplicemente il normale comò presente in tutte le camere da letto. Certamente prendendo per buona quest'ultima teoria e pensando ad una persona con tale soprannome, viene da pensare che l'aspetto fisico del suo possessore dovesse essere tutt'altro che filiforme. È probabile, infatti, che si trattasse di un soggetto dall'aspetto piuttosto ingombrante (stile cassettone, appunto) e con l'andatura sicuramente non agile. Personalmente, la prima volta
che sentii parlare di cascittone, fu molti anni fa con riferimento ad
una "famosa" stalla (la stalle di Cascittone)
che si trovava proprio all'inizio della strada che porta a "La
Fonte" e sotto la strada principale del paese.
Si trattava di una vecchia costruzione
in pietra, già a suo tempo fatiscente, utilizzata in tempi passati da
molti paesani come "magazzino" e in tempi relativamente più recenti da
punto d'incontro per i molti ragazzi che si dedicavano alle scorribande
nelle campagne circostanti.
Dell'antica costruzione ormai
non è rimasto più nulla ma il luogo in cui si trovava è ancora chiamato
"a ddò stave la stalle di Cascittone" (dove
si trovava la stalla di Cascittone) per indicare un preciso punto del
paese.
Sarà per questi motivi che sia il luogo sia il soprannome sono rimasti vivi nella memoria degli abitanti del nostro paese?
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L'origine di questo soprannome
è veramente singolare e dobbiamo ammettere che non è stato per niente
facile trovarla soprattutto perché il termine originario fa parte delle
forme dialettali non più in uso nel nostro paese.
Prende, infatti, l'appellativo
di "ciaralle" il settimo figlio maschio di
una famiglia. Secondo antiche credenze pare che tale discendente avesse
il potere di richiamare ed incantare i serpenti dai cui attacchi era,
ovviamente, immune. Il richiamo, secondo gli "esperti", sembra che consistesse
in un fischio da cui il rettile si faceva incantare.
Non bastava naturalmente essere
il settimo fratello, ma per avere tale facoltà era necessario un apposito
rito d'iniziazione chiamato appunto "inciaramazione"
che avveniva spalmando uno speciale unguento (la cui ricetta era ovviamente
segreta) sul braccio di chi ne facesse richiesta.
Secondo fonti non confermate,
pare che a Montenerodomo ci sia stato un "ciaralle"
fino alla fine degli anni ottanta ed è probabile che tale epiteto sia
originario proprio di tale paese.
Certamente, a Fallo, come incantatore di serpenti non deve aver avuto molta fortuna: da noi esisteva già un signore il cui soprannome era "sirpare" (serpaio).
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È un termine intraducibile in italiano (e, supponiamo, in nessun'altra lingua). Il suo prefisso sembrerebbe la storpiatura del termine cicuta, l'erba passata alla storia perché il suo infuso venne bevuto dal famoso filosofo Socrate, ma non esistono riscontri oggettivi che confermino che il personaggio con tale soprannome avesse mai fatto uso di tale veleno. Una fonte sicura ci ha invece rivelato una particolarità sulla vita del soggetto in questione. Sembra che non fosse particolarmente amante della fatica e che facesse di tutto per evitare questa punizione inflitta all'uomo fin dalla sua cacciata dal Paradiso Terrestre. Pare che abitasse verso Borgo Valle Vecchia, lungo Via Orientale in una casa che, rispetto a quelle di allora sicuramente già poco accoglienti, tutto sembrava tranne che un'abitazione. Come spesso si usava, era stato
più volte "richiamato" da qualcuno che lavorava nelle grandi città, ma
lui aveva sempre trovato il modo per tornarsene a casa.
La moglie, ormai disperata e quasi
alla fame, si era rivolta ad un loro parente particolarmente influente
residente a Napoli che le aveva assicurato un lavoro definitivo per il
marito.
Il nostro partì, anche se non
molto convinto e stette via forse un paio di settimane senza dare più
notizie di sé. La moglie cominciò a preoccuparsi, ma non dovette farlo
per molto. Una sera molto tardi sentì armeggiare alla porta di casa ed,
aprendola spaventata, si trovò davanti il marito che con aria beata pronunciò
la fatidica frase rimasta negli annali della storia del nostro paese:
"Stonghe 'ccà Maruzza mia" (Sono qui Mariuccia
mia).
Il marito era tornato nuovamente a casa, ma era diventato poliglotta: ora parlava anche in napoletano.
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Questo soprannome è ormai completamente scomparso dal nostro paese e sono, tra l'altro, in pochissimi a ricordarlo. È certamente per questa ragione che non si conosce né la sua origine né il personaggio cui era stato imposto. Certamente, quando si parla di Cicirinnelle, si pensa subito alla famosa canzone popolare partenopea e forse la persona cui l'epiteto era stato dato veniva proprio dalla vicina Campania, ma anche questa rimane, naturalmente, soltanto un'ipotesi. Il brano Cicerenella (questa la forma dialettale originaria) non è databile con precisione. Sul suo motivo si ballava l'antica tarantella napoletana. Ne esistono versioni diverse ed alcune di esse contengono frasi piene di doppi sensi ed alcune volte anche oscene (notissima quella interpretata dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare): di seguito ve ne proponiamo una delle varianti più "soft".
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La traduzione letterale del termine
è facile: grosso uccello. Certo, la frase può dare adito
ad ipotesi ed a battute d'ogni genere, ma c'è da considerare che
nella forma dialettale, con tale parola, ci si riferisce ad una persona
dall'aspetto inquietante: incombente, cupo e minaccioso. Del resto tra
gli anziani del paese sono ancora abbastanza in uso le frasi "Pare
nu cillone" (sembra un grosso uccello) e "va
girenne gnè nu cillone" (va in giro come un grosso
uccello) riferendosi a chi ha un aspetto poco raccomandabile o gira guardandosi
intorno con fare furtivo.
In effetti, potrebbe essere plausibile l'ipotesi che il capostipite cui è stato posto questo nomignolo avesse l'aspetto di un grosso uccello e che girasse per il paese guardandosi intorno con fare circospetto dando l'impressione di persona poco raccomandabile, ma non è tutto. Il dialetto partenopeo ancora una volta ci dà un ulteriore spunto. Infatti, con il termine "aucellone", nel napoletano ci si riferisce a persona che strepita come un grosso uccello in gabbia. E non potrebbe essere questa la particolarità del personaggio in questione? Ovviamente non è dato saperlo: possiamo solo restare in attesa di conferme o definitive smentite alle ipotesi finora formulate.
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È, anche questo, un soprannome
ormai scomparso dal nostro paese. Per questo motivo non è stato facile
ricostruirne l'origine: persino le persone più anziane di Fallo ne hanno
un vago ricordo ed hanno difficoltà a ricollegare l'epiteto con il personaggio
cui esso era stato imposto. Il termine stesso "Ciquacchie"
è particolarmente ostico persino per il nostro dialetto che certamente
non è nuovo a circonvoluzioni linguistiche piuttosto complesse.
Tra le tante ipotesi suggerite,
la più accreditata è certamente quella che fa risalire il soprannome al
termine "Quacchie" ("lu
quacchie" singolare, "li chiecchie"
plurale), cioè al cosiddetto "cacchio", ossia il tralcio della vite, poi
germoglio, da trapiantare o innestare.
Avendo il nostro paese, come del
resto anche quelli del circondario, quasi una tradizione di viticultori,
è abbastanza normale che ci fossero degli "esperti" in innesti ed è quindi
probabile che il capostipite di tale soprannome fosse proprio uno di questi
ultimi.
Resta un solo dubbio: il nostro,
oltre alle viti, innestava anche altre piante?
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Certamente saranno in molti a
ricordare questo particolarissimo personaggio del nostro paese.
Erano molti i ragazzi che lo beffeggiavano,
ma erano soprattutto molti coloro che invece lo temevano per i suoi bruschi
modi di fare ed il suo aspetto un po' selvatico. Credo che tutti, chi
più e chi meno, ne abbiano avuto a che fare qualche volta se non altro
per questioni legate all'invasione (vero o presunta) della sua proprietà.
Era quasi uno standard che durante il periodo della trebbiatura lo si
vedesse aggredire a male parole qualche ragazzino che aveva osato avvicinarsi
ai suoi covoni di grano disposti su Colle Rosso e "l'era
sgrulluate".
Certamente, quanto sopra detto,
era forse l'unica particolarità che gli abitanti del paese ricordavano
del personaggio in questione ed in pochi si erano chiesti, come stiamo
facendo noi, quale fosse l'origine del suo soprannome.
Tutto sembra essere nato dall'acquisto
da parte del nostro, di un ciuco di piccola taglia che l'uomo per anni
si è trascinato dietro ogni qual volta si recava in campagna. È noto che
nel dialetto partenopeo il somaro è comunemente chiamato "Ciuccio"
e che, nel nostro paese, molte inflessioni dialettali traggono origini
dal napoletano, niente di strano quindi che la parola dialettale abbia
subito una trasformazione nel tentativo di crearne un diminutivo: un piccolo
"ciuccio" diventa "nu ciuccitte" e poi definitivamente
"nu ciuccittielle" con tutte le implicazioni
del caso.
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È questo un altro di quei sopranomi
di cui si è perso completamente sia il significato sia l'origine.
Qualche ipotesi si può formulare associandolo per assonanza al termine
dialettale "cocce" (testa) che forse, come
sempre accade nelle forme gergali, si è trasformato nel definitivo "Cuocce".
Secondo tale ipotesi si potrebbe
pensare che il capostipite dell'epiteto fosse un personaggio con il capo
particolarmente grosso ed in tal caso il soprannome andrebbe posto nel
gruppo 3 (soprannomi derivanti da caratteristiche fisiche). Non dimentichiamo
che al nostro paese sono tutt'ora in uso i termini "cocce
di mintone" e "cocce di mmuaglie" (rispettivamente
"testa di montone" e "testa di maglio" per indicare persone particolarmente
dure di comprendonio.
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Il termine "cuppulone" è usato in molti dialetti italiani per indicare oggetti diversi, ma nel nostro caso, considerando la vicinanza a Napoli e l'influenza borbonica, l'espressione è certamente d'importazione partenopea. Del resto anche il grande Principe Antonio De Curtis (Totò) in una sua poesia (Ricunuscenza) recita:
In questo caso il "cuppulone" è la forma che assumono le pietre (prete) di cui il fosso è pieno (chino). In effetti, il termine altro non è che l'accrescitivo della parola dialettale coppola (cappello) e l'origine del soprannome pare sia legata proprio a questo vocabolo. Sembra, infatti, che uno degli antenati della famiglia cui tale soprannome è stato imposto, di ritorno da Napoli dove si era recato per lavoro, si fosse presentato in paese con un grosso cappello (un cappellone, appunto) che indossava in tutte le occasioni. - Guarde culle chi cuppulone chi zè accattate! - (guarda quello che grosso cappello si è comprato!) oppure - Mò arrive cuppulone! - (adesso arriva cappellone) cominciò a dire la gente. Il resto è venuto da sé.
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Ci sono soprannomi di cui è davvero
arduo immaginare l'origine: questo ne è un classico esempio.
Dopo aver fatte molte ipotesi
tutte accantonate per vari motivi, improvvisamente la soluzione è giunta
quasi inaspettatamente e ci ha sbalordito per la sua semplicità.
Il soprannome deriva da forbice
("fuòrcive", in dialetto) e "fuòrcivelle",
che sta per piccola forbice, ne è il suo diminutivo. Naturalmente al termine
definitivo "furcivelle" si è giunti passando
attraverso le varie distorsioni tipiche del nostro dialetto.
Ma perché "furcivelle"?
Chi ha conosciuto il personaggio cui tal epiteto è stato imposto, lo descrive
come una vecchietta dall'aspetto mansueto, ma dalla lingua tagliente con
cui spesso zittiva chi tentava di metterla in difficoltà.
Di questa sua caratteristica pare
che andasse particolarmente orgogliosa al punto da minacciare l'organo
che la difendeva così bene con le parole: "Lenga
mè, aiùteme, sinnò ti taglie!" (Lingua mia, aiutami, altrimenti
ti taglio!).
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Alcuni buontemponi del nostro tempo hanno formulato l'ipotesi che gli appartenenti alla famiglia con quest'epiteto, siano imparentati con Jessica Fletcher, nota protagonista di tanti telefilm polizieschi; ma, considerando che il soprannome è stato attribuito in periodi in cui detta eroina non era ancora conosciuta, tale supposizione viene chiaramente a cadere. Scherzi a parte, nella forma dialettale la parola "flecce" indica il residuo del vino nel fondo delle botti ed è la chiara deformazione del termine italiano "feccia" col quale viene definito lo stesso soggetto. L'ipotesi più attendibile ( avvalorata da testimonianze certe) è quella secondo la quale uno degli avi della famiglia cui il soprannome si riferisce, fosse particolarmente affascinato dalle lusinghe di gagliarde bevute che lo portavano a vuotare in breve tempo le botti della cantina fino a berne perfino il residuo del vino in esse contenuto ("la flecce", appunto).
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Soprannome dall'etimo difficilissimo.
La prima ipotesi e la più immediata che ci è venuta in mente è che l'epiteto
è derivato dalla parola "luccio" (pesce d'acqua dolce, Esox
lucius) e che la persona a cui era stato imposto avesse le fattezze
del viso molto simili a quella di detto pesce (bocca a "becco d'anatra",
dominata da denti robusti e acuminati), ma obiettivamente ci sembrava
un po' troppo forzata.
Dopo aver formulato parecchie
altre ipotesi sulle sue origini, ci è venuto in mente che forse il soprannome
era stato inserito nella collocazione sbagliata nell'ambito della nostra
rubrica. Una ricerca più approfondita ci ha portato, infatti, a scoprire
che Luccio è il diminutivo del nome Gabriele
(Gabrieluccio) e quindi che l'epiteto andava
posto proprio nel "GRUPPO 1" (soprannomi derivanti dal nome proprio di
un membro della famiglia) tra LISANDRE (Alessandro)
e MARGIACONDE (Maria Gioconda).
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Il lupo: questa è la traduzione letterale del soprannome. Gli appartenenti alla famiglia con tale appellativo vengono chiamati "Chille di Lu Lupe" vale a dire "Quelli del Lupo" che, sulle prime, potrebbe sembrare o un'associazione animalista o una di quelle squadre speciali che tanto spesso si vedono nei film d'azione. In effetti, l'origine del soprannome,
come spesso accade, non è chiaro neppure ai membri della famiglia stessa.
L'ipotesi dei più fantasiosi
fa risalire l'origine dell'appellativo al fatto che, in tempi molto
remoti, uno degli avi della famiglia fosse (udite, udite!) un lupo mannaro.
Un'altra ipotesi, anche questa
avvalorata da pochi, è che, sempre lo stesso avo, fosse una persona
particolarmente ombrosa e facile all'irritabilità: questo lo portava
quindi ad essere piuttosto aggressivo nei confronti degli altri.
La teoria più probabile, che
è poi quella sostenuta dai più e che noi condividiamo, è che uno degli
antenati della famiglia fosse un gran lavoratore, uno che cioè a Fallo
veniva definito "nu lupe di lavore" (un
lupo di lavoro).
Dalla definizione di "Lupo
di Lavoro" a "Lupo" il passo è breve.
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Certamente questo soprannome non
è dei più comuni e neanche dei più allegri, ma, nonostante sia ormai scomparso
dal nostro paese, le persone più anziane ne conservano ancora buona memoria.
Chi per la prima volta sente tal
epiteto, certamente lo associa all'aspetto fisico del suo possessore:
una persona, magra, dall'aspetto malaticcio e ormai prossima al trapasso.
Tale ipotesi si dimostra invece
del tutto infondata quando, indagando più approfonditamente, si conosce
la sua vera origine.
In tempi piuttosto lontani,
in una casa non ben definita del nostro paese, viveva una famiglia nella
quale uno dei membri era un vecchio ormai molto avanti con gli anni.
Nonostante la tarda età, l'anziano era ancora autosufficiente ed arzillo,
al punto che il resto della famiglia lo lasciava in casa a sbrigare
le faccende domestiche che, allora, erano sempre tante.
Il vecchio, come tutte le persone
della sua età, era abitudinario ed i parenti, sapendolo, gli affidavano
sempre le stesse incombenze. Una di queste era quella di raggiungerli
ad una certa ora in campagna.
Un giorno, però, all'ora dovuta,
l'anziano non si presentò e, dopo averlo atteso per parecchio tempo
inutilmente, qualcuno si preoccupò di tornare a casa a vedere cosa fosse
successo. Trovò il vecchio seduto al suo solito posto, appoggiato al
bastone e con la testa reclinata sul petto. Pensando che dormisse, come
spesso faceva, non osò toccarlo e la sera tardi, di ritorno dalle campagne,
già si pensava a come blandirlo di questa sua debolezza d'anziano, quando
rientrando a casa, lo trovarono nella stessa posizione in cui l'aveva
lasciato l'ultima volta.
Ci volle poco a capire cosa
era successo: il vecchio durante la sua piccola pennichella mattutina
era stato probabilmente colto da malore ed era passato beatamente dal
sonno alla morte.
Tale evento dalla modalità
del tutto eccezionale, diede l'occasione per appioppare il soprannome
di "Morte" a tutti i membri della famiglia
che da quel momento in poi divennero "Chille di
Morte".
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È questo un altro soprannome scomparso
dal nostro paese. Anche per questo motivo è difficile risalire alle sue
origini anche se il termine è facilmente traducibile in italiano: ostia.
Qualche volenteroso ha azzardato
delle ipotesi, a nostro dire, piuttosto fantasiose, ma purtroppo, come
sempre accade in questi casi, non verificabili.
Forse il capostipite della famiglia
cui tale epiteto era stato imposto si occupava della fabbricazione delle
ostie?
Potrebbe il soggetto di cui sopra
essere un nativo o un abitante di Ostia (località balneare sita nelle
vicinanze di Roma)?
O il soprannome è riferito all'aspetto
fisico della persona in questione (talmente sottile da essere quasi trasparente,
appunto come un'ostia)?
Sono tutte supposizioni accettabili,
ma che non troveranno forse mai conferme.
Ciò che invece è reale e che ancora
oggi testimonia l'esistenza nel nostro paese della famiglia con tale soprannome
è la famosa "Stalle dill'Ostie" (Stalla de
l'Ostia) ubicata lungo la strada principale di Fallo tra "La
Madonnine" e l'ingresso del centro abitato. Si tratta di un vecchio
rudere ormai quasi completamente soffocato dalla vegetazione che lascia
ancora intravedere due archi in pietra unici testimoni di "antichi splendori".
La "Stalle
dill'Ostie" è stata per molto tempo non solo uno dei punti di riferimento
del nostro paese, ma anche un luogo che dava ai buontemponi la possibilità
di perpetrare scherzi di pessimo gusto ai danni dei meno avveduti o dei
più impressionabili.
Sono diversi gli aneddoti che
narrano di giovanotti o ragazzetti che, nascosti sotto i famosi archi,
si divertivano, in tempi in cui l'illuminazione era scarsa o inesistente,
a spaventare con versi lugubri e agghiaccianti rumori i malcapitati passanti,
ma erano altri tempi ed erano altre generazioni che forse soltanto i vecchi
ruderi de "La stalle dill'Ostie" ormai ricordano
ancora.
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Era un personaggio notissimo a Fallo sia per le sue stramberie sia per il suo modo di fare burbero e senza troppi preamboli. Era inoltre proprietario di una baracca di legno lungo Corso Umberto Primo di cui era gelosissimo e nella quale si recava quasi tutti i giorni anche quando ormai era diventata pericolante. La baracca si trovava dove è ora ubicato il negozio di generi alimentari e quando fu abbattuta più di qualcuno commentò l'accaduto con la frase: - Zì n'è jute pure la barracche di Pacchiane! - quasi si trattasse di un cimelio storico. La demolizione della catapecchia avvenne dopo la sua morte e non poteva essere altrimenti vista la tenacia con cui il vecchio la difendeva. Molti bambini più di una volta avevano dovuto subire i suoi improperi ed avevano tremato alle sue minacce, ma i più grandi traevano divertimento dalle sue coloratissime imprecazioni. Si sa che in italiano con il termine pacchiano s'intende una persona che veste in maniera appariscente e forse questo gli era valso tale epiteto ma, certamente anche senza questa particolarità, sarebbe in ogni caso rimasto uno dei personaggi più celebri di Fallo.
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La scomparsa del personaggio che portava tale soprannome è stata, per il nostro paese, una perdita quasi istituzionale. Lo è stata soprattutto perché con lui è scomparso, oltre al personaggio particolarissimo, anche l'unico detentore di tale soprannome. Era lui difatti il "capostipite" dell'epiteto ed ogni volta che veniva nominato non si poteva fare a meno di ricordare sia la sua figura quasi incombente, sia il suo particolarissimo modo di parlare che tutti cercavano di imitare ma che solo a pochi riusciva in maniera perfetta. Negli ultimi anni della sua vita s'incontrava ancora per il paese appoggiato ad un bastone ed a chi gli chiedeva delle sue condizioni di salute rispondeva con la sua particolare cadenza: "E com'eija stà? Tienghe la crone di lu diabete! Nin pozze magniè chiù e nin pozze chiù veve. Chi ti ni vuò fa cchiù!". (E come vuoi che stia? Ho il maledetto diabete! Non posso mangiare più e non posso più bere. Cosa vuoi fartene più di me ormai!). Come per molti altri casi, l'origine di questo soprannome può essere solo ipotizzata poiché non esistono testimonianze certe sulle cause della sua formulazione . E' probabile che l'epiteto sia stato coniato in riferimento alla fisionomia del personaggio la cui corpulenza certamente non peccava di una "rotondità" pressoché perfetta (come quella di una palla). La pungente ironia popolare potrebbe aver fatto il resto, adottando paradossalmente la forma diminutiva del termine (pallino) proprio per deridere ancora più causticamente la mole ingombrante del personaggio. Un'altra possibile interpretazione rimanderebbe l'origine di questo soprannome al "pallino" del gioco delle bocce, chiamato anche boccino. Probabilmente il nostro personaggio era stato in gioventù un abile ed accanito giocatore di bocce particolarmente bravo a "tuzza' lu palline" (colpire il boccino), da cui il soprannome. Ma questo potrebbero confermarlo solo i più anziani giocatori del paese.
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È questo un altro soprannome
la cui origine è completamente sconosciuta. Nella ricerca della sua provenienza
non ci aiuta neppure l'etimologia del termine "Panacce" che è del tutto
ignoto. Una traccia di questo epiteto la troviamo spulciando i soprannomi
di un paese vicino al nostro: Montenerodomo. È quindi probabile che il
capostipite della famiglia con tale nomignolo sia un "oriundo" proveniente
appunto dal suddetto paese.
Altra ipotesi avvalorata da
alcuni è quella secondo la quale il soprannome non sia altro che la storpiatura
del cognome Panaccio di cui si trovano tracce anche a Guardiagrele.
Sono pochissime anche le notizie
riguardanti il personaggio in questione anche se nel nostro paese non
godeva fama di gran lavoratore. A tale proposito, alcuni anziani di Fallo,
raccontano che fosse stato scacciato di casa dalla moglie e che dopo un
lungo periodo d'indigenza, fosse stato accolto in casa da una sorella
la quale, sia per salvare le apparenze, sia per trarne qualche profitto,
lo mandava ad accudire le pecore.
Chissà se restando a Guardiagrele
o Montenerodomo avrebbe avuto migliore fortuna.
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Soprannome stranissimo e dalla
difficile interpretazione. Si possono fare, anche qui, soltanto delle
ipotesi, una delle quali è che l'epiteto derivi semplicemente dalla parola
"panzanella": tipico piatto toscano e del resto dell'Italia centrale (Umbria,
Marche e Lazio).
Rammentiamo che la ricetta originale
di tale pietanza prevede pane raffermo, pomodoro crudo a pezzi, cipolla
rossa e basilico, il tutto condito con olio, aceto e sale. In Umbria e
nelle Marche le fette di pane raffermo sono bagnate, non sbriciolate e
gli altri ingredienti posti sopra come si trattasse di una bruschetta.
Se si vuole condividere la teoria
sopra esposta, si può supporre che il capostipite della famiglia con tale
cognome fosse un gran consumatore di questa pietanza che, dati i suoi
componenti, è annoverata fra i cosiddetti "piatti poveri". E, considerando
che il nostro paese ha avuto ben pochi "principi", forse l' ipotesi azzardata
non è poi così lontana dalla realtà.
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Questo è un altro soprannome ormai
completamente scomparso dal nostro paese e certamente possiamo annoverarlo
tra i nomignoli "arcaici" perché la sua origine si perde nella notte dei
tempi.
È difficile ovviamente azzardare
delle ipotesi sulla sua genesi e le indagini condotte hanno dato modo
agli interpellati di formulare le ipotesi più fantasiose.
Una delle tante è quella che
ritiene il soprannome derivante dal termine dialettale "Pititte"
(vedi la rubrica "Il dizionario") il quale era un contenitore di coccio
decorato, della capacità di due litri, utilizzato solitamente per servire
il vino.
Secondo tale ipotesi quindi il
capostipite della famiglia con tale soprannome era solito recarsi in cantina
a spillare il vino direttamente con il contenitore di cui sopra guadagnandosi
così prima il nomignolo di Pititte per poi
approdare, dopo varie storpiature dialettali, al soprannome definitivo
di "Pitecchie".
Più semplicemente forse l'epiteto
deriva dal termine "Petecchia", parola proveniente
dal vocabolo latino del XV secolo "Pestichia",
in seguito corrotto in "Peticula" ed infine
in "Petecchia". Alcuni fanno derivare la parola
sempre dalla lingua latina, ma dal termine "Petigo"
(scabbia, macchia gialla sulla pelle).
In generale la petecchia può definirsi
una macchia purpurea causata da emorragia di piccole dimensioni rassomigliante
ad una morsicatura di pulce ed è dovuta a fragilità capillare.
Più semplicemente, quindi, il
soprannome potrebbe derivare da una caratteristica fisica del suo possessore:
coperto di piccoli foruncoli dovuti forse a morsicature d'insetti (considerando
le precarie condizioni igieniche di allora, probabilmente pulci) o affetto
da qualche malattia cutanea.
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Ammettiamo di essere piuttosto
imbarazzati nel dover dare spiegazioni circa le origini di questo soprannome.
Proprio per evitare tale disagio,
si era inizialmente formulata l'ipotesi che l'epiteto derivasse dal cognome
partenopeo, peraltro piuttosto diffuso, di Percuoco (a San Giovanni a
Teduccio esiste anche una villa con tale nome). Da indagini svolte e da
interviste fatte alle persone più anziane del paese si è avuto però solo
la conferma a quanto già si supponeva: il soprannome deriva proprio da
"pricuoche" (peto, in italiano).
Alcuni anni fa (nel 1983) veniva
proiettato nelle sale cinematografiche un film il cui titolo era "Il
petomane": storia di un certo Joseph Pujol che si esibiva, con molto
successo, in un locale notturno parigino in un numero veramente originale.
Anche il possessore di questo
soprannome pare che avesse una certa predisposizione naturale a questo
tipo di emissioni gassose, ma che, al contrario, sembra che non fosse
molto apprezzato.
In compenso era, come quasi
tutti a quei tempi, piuttosto povero in canna, e girava per il paese
con il fondo dei calzoni sempre rattoppato con pezze di vario colore
che continuavano a strapparsi ed a scucirsi. In molti affermano che
le flatulenze emesse dal soggetto in questione facessero agitare come
bandierine tali toppe rendendo così ancora più interessante il personaggio
ed il suo soprannome.
Naturalmente non mancano gli
aneddoti legati sia al nostro eroe sia all'epiteto stesso e quanto
di seguito narrato è solo un esempio dei tanti episodi che circolavano
a Fallo.
Pare dunque che il capostipite
della famiglia con tale soprannome fosse stato un giorno richiesto
come aiuto per l'uccisione di un maiale. Durante una pausa del lavoro
si sedette sull'orlo di un tino (tiniecce,
in dialetto) riempito in parte della carne dell'animale da poco macellato
provocando agitazione nel padrone di casa il quale corse immediatamente
a procurargli una sedia. Secondo quanto riferito dal possessore del
maiale stesso, il gesto non era stato un atto di gentilezza verso
l'uomo, ma era stato dettato dalla preoccupazione del padrone dell'animale
di vedere compromessa in maniera irreparabile la carne del suo maiale.
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E' un soprannome che dà adito a diverse ipotesi sulla sua origine. È, infatti, noto che la parola ruzzo vuol dire scherzo (da cui il verbo ruzzare, voglia di scherzare), ma il ruzzo è anche uno strumento di legno di forma cilindrica usato in tempi antichi per spianare i viali o rompere le zolle. È inoltre vero che il nomignolo sembrerebbe essere il diminutivo del termine dialettale "ruzze" o "ruzzene" vale a dire ruggine. Senza dimenticare che potrebbe essere la trasformazione della parola italiana rozzo cioè rustico, agreste. Sta di fatto che l'epiteto, ormai scomparso dal nostro paese, è spesso usato riferendosi a qualcuno che si esprime in maniera piuttosto "esplicita" utilizzando parole e metodi non molto garbati. Si può difatti ancor oggi udire a Fallo, la frase: "so' fatte gnè la Ruzzette" (ho fato come la Ruzzette). Come dire "non sono stato troppo gentile nei modi".
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Anche di questa parola, come già per altre, è difficile indicare con certezza l'origine. Tuttavia, il fenomeno dell'emigrazione che, all'inizio del '900, spinse molti dei nostri antenati nella vicina Francia in cerca di miglior fortuna, indurrebbe a credere possibile la derivazione di questo soprannome dal termine francese "chabraque" (pronuncia: "sciabracc") col quale si indica un paramento per gli animali da soma. Nella pronuncia "alla fallese" è assolutamente probabile che la "r moscia " sia stata eliminata del tutto, dando origine al suono "sciabbacche". Il personaggio al quale il nomignolo fu inizialmente "affibbiato" (quindi il capostipite) potrebbe essere stato uno dei tanti emigrati rientrati a Fallo che, per vezzo o spacconeria, amava ostentare una sorta di acquisita emancipazione utilizzando occasionalmente, con apparente e voluta disinvoltura, qualche parola appresa all'estero. Un atteggiamento, questo, molto in voga all'epoca e che potrebbe facilmente giustificare l'ipotesi che il personaggio in questione fosse solito indicare "alla francese" uno dei finimenti con i quali sellava le sue bestie per i lavori in campagna. A Fallo tale epiteto non è più
usato da tempo, ma ne resta traccia nella memoria collettiva soprattutto
per il suo accostamento ad una casa adiacente alla chiesa di San Giovanni
Battista e definita, appunto, la "Case di Sciabbacche".
La costruzione era assai nota
per una presunta infestazione di fantasmi e, per tale ragione, molti ne
stavano lontani.
L'unico che ebbe il coraggio di
andarvi ad abitare fu un altrettanto noto personaggio, fallese d'acquisizione:
"Lu Milanese". Era costui un uomo dalla corporatura
robusta che, come dice lo stesso soprannome, veniva da Milano.
Lavorava alla costruzione della
ferrovia ed aveva il fisico tipico dello spaccapietre. Non era raro, infatti,
vederlo in maniche di camicia anche in pieno inverno spaccare la legna
davanti casa. Doveva, inoltre, essere particolarmente impavido se aveva
accettato di andare ad abitare in una casa dove, a dire dei più, "ci
arriscive l'ombre".
Pare che in moltissimi facessero
la fila per farsi narrare dall'inquilino ciò che accadeva di notte nella
casa. L'uomo, con il massimo distacco, raccontava che durante la notte
sentiva rumori di tavoli spostati, di sedie trascinate e di stoviglie.
Al mattino però le sue speranze di trovare.….la tavola imbandita, andavano
sempre deluse.
"Lu Milanese", pur di saziare il suo perenne appetito, dovuto sia alle ristrettezze dell'epoca che alla pesante professione, era disposto anche a convivere con i fantasmi della "Case di Sciabbacche".
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Questo simpaticissimo soprannome
non ha certo bisogno di complicate ricerche etimologiche.
E' la chiara trasposizione dialettale
del francese Charlot, ossia del nome di uno
dei più conosciuti personaggi del cinema muto inventato dal geniale Charly
Chaplin. Chi non lo conosce? Il divertente ed esile omino dagli
spiritosi baffetti "a mosca" che camminava a scatti procedendo con i piedi
divaricati e poggiandosi ad un esile bastone, ha dato vita ad esilaranti
avventure comiche spesso pervase di toccante sentimentalismo.
Forse proprio per queste smaccate
caratteristiche fisiche del personaggio cinematografico, il soprannome
"Sciarlotte" è stato "affibbiato" per la prima
volta ad un nostro conosciuto compaesano che, in effetti, possedeva molte
delle caratteristiche di Charlot: corporatura
esile, propensione alla giovialità, andatura dinoccolata.
Chi ha avuto il piacere di conoscerlo quando era ancora in vita, non può certo averne dimenticato l'amabile singolarità.
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La particolarità di questo soprannome
consiste nel fatto che esso non deriva da una forma dialettale del nostro
paese o dei paesi confinanti con il nostro ma, dal Molise o dalla Campania
(dal cui idioma derivano molti nostri termini).
La parola "sciurille",
infatti, nelle due regioni sopra citate, vuol dire piccolo fiore.
In Campania, in particolare,
esiste addirittura una ricetta culinaria ("Risotto
cu 'e sciurille") di cui uno degli ingredienti sono i fiori di
zucca, ma non quelli già schiusi, bensì quelli ancora in boccio, da
cui il nome "sciurilli", appunto.
Nel molisano invece ai "Sciurille
Gialle" (fiorellini gialli) è stata dedicata anche una poesia.
Ad ulteriore conferma dell'origine
di tale epiteto e volendo spostarci ancora più a sud, va inoltre ricordata
anche la famosa canzone folcloristica "Sciuri sciuri"
(Fiori fiori) di origine siciliana.
È quindi probabile che il capostipite
della famiglia con tale soprannome provenisse da una delle succitate
regioni, che il suo nome fosse Fiore ed infine che fosse di corporatura
minuta, da cui il diminutivo in "ille".
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Il termine è intraducibile in italiano. Un vocabolo simile si trova nel gergo dei podisti. Viene infatti definito TAPASCIONE il corridore o il marciatore che, allenandosi in maniera saltuaria, percorre moltissimi chilometri a ritmo lento. Non ci è dato sapere se, al tempo in cui tal epiteto è stato attribuito, il termine "tapascione" fosse già conosciuto. Se così è, la spiegazione del soprannome è chiara: una persona che cammina molto, ma in modo lento e scomposto. Se così non è, rimane difficile formulare un'altra ipotesi sull'origine di tale appellativo. Qualcuno ha supposto che derivi dal partenopeo "abbasce" (sotto) anche se questo non spiega in maniera chiara il significato del soprannome: forse ci si riferisce ad una persona che con la sua autorità o il suo temperamento costringe gli altri a sottomettersi (abbassarsi) alla sua volontà?
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Probabilmente questo soprannome andava posto fra quelli del terzo gruppo (derivanti, cioè, dalle caratteristiche fisiche del possessore o dal suo mestiere) poiché, salvo attendibili smentite, sembrerebbe proprio riconducibile all’aspetto esteriore della persona. Nella forma gergale, come del resto nella lingua italiana, con il termine "tappo" (tappe, in dialetto) ci si riferisce ad una persona di bassa statura. L’uso del termine in forma di diminutivo (tapparielle) vuole certamente incoraggiare l’ironia e la bonaria denigrazione. In italiano diremmo “tappetto”. Questo soprannome è certo un’ulteriore conferma a quanto già accennato in questa rubrica: l'aspetto fisico giocava un ruolo essenziale nell'imposizione del nomignolo e quindi nell'identificazione dell'individuo e della famiglia a cui esso apparteneva.
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Almeno due sono le ipotesi sull'origine di tale soprannome, ma nessuna fino ad ora è confermata ufficialmente. Tutti sanno che cosa sia un tratturo: un viottolo di campagna o una mulattiera utilizzata dai pastori e dai contadini per spostarsi con le greggi, a piedi o con le bestie da soma. Per agevolare il passaggio degli armenti molti di questi sentieri, anche se in maniera rudimentale, erano lastricati. La prima ipotesi è che uno degli antenati della famiglia con tale epiteto esercitasse la professione di costruttore di tratturi o ne studiasse il percorso più breve per unire due località da un punto ad un altro. Con il termine "trattore" invece (distorto poi nella forma dialettale di "tratture") s'intende anche il taverniere, l'oste. Qualcuno afferma, infatti, che il capostipite di "chille di lu tratture", non era altro che un locandiere o, come si usa dire a Fallo, "nu cantiniere". Di là da quelle che sono le ipotesi sul soprannome, la persona che ricordiamo come ultima dei residenti in paese con questo epiteto era un tal Pasquale che, sempre indaffaratissimo, era considerato il factotum di Fallo fino a "fregiarsi" del titolo di "Pasquale tutto fare". Da giovane aveva naturalmente fatto anche il fabbro che, lo ricordiamo, era uno dei mestieri più diffusi e redditizi del paese, ma poi per "modernizzarsi" era passato ad altri tipi d'attività dove la manualità e l'ingegno erano molto richiesti. Ed oggi, secondo voi, che tipo di lavoro svolgerebbe?
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Un soprannome certamente bizzarro la cui origine, come per molti altri, è solo ipotizzabile. Il termine dialettale "vicce" era essenzialmente il richiamo col quale gli allevatori chiamavano a raccolta le galline del pollaio: l'invito "viccia viccia me !", ripetuto più volte e con voce un po' acuta, determinava un rapido avvicinamento delle bestiole che potevano così essere nutrite o prese. Nella rubrica dedicata al vocabolario dei termini dialettali, sono presenti molti altri "richiami" destinati agli animali (vedi "curce","ziri-tè", "prinelle" ecc.). Nello specifico, è probabile che nel dialetto arcaico la gallina fosse definita "vicce" e che tale termine, pur scomparendo nel linguaggio parlato, sia rimasto in vita come semplice richiamo da pollaio. E' altresì possibile che questa parola, dal suono chiaramente onomatopeico, non sia mai stato usato nel linguaggio corrente degli adulti ma solo in quello destinato ai bambini. Ancora fino a pochi anni fa, infatti, non era raro sentire gli anziani che indicavano le galline ai bambini con tale termine (" nnecche a lu citre mié, ca ti facce vide' la vicce!" - "vieni piccino mio, ché ti faccio vedere la gallina!"): erano tempi in cui i più vecchi erano ancora convinti di poter intrigare e sorprendere i bimbi con l'aiuto di una gallina… La seconda parte della parola è costituita dal termine "cocche" con il quale si soleva definire l'uovo. Il significato, del resto, è lo stesso dell'italiano "cocco" (fam.): "…e le galline cantavano: un cocco! Ecco un cocco, un cocco per te! - Pascoli -". Anche in questo caso, è opportuno ricordare che il vocabolo era presente soprattutto nel linguaggio destinato ai bambini. Lo confermerebbe il fatto che, con lo stesso termine, venivano vezzeggiati i più giovani ("nnecche a lu cocche di la nonne sè" - "vieni, "cocco" della nonna sua"). E' probabile che il termine italiano "cocco" (questa volta nell'accezione di "prediletto") abbia ulteriormente favorito il conio di questa espressione. Per pura soddisfazione dei più curiosi, aggiungiamo che, da una accurata ricerca, risulta che nell'intera Val di Sangro tale espressione sia usata solo a Fallo. Alcuni sostengono, invece, che il termine "cocche" derivi dal francese "coq"(gallo) o "coque"(guscio) ambedue pronunciati "coc". E' probabile che tali termini siano stati "importati" da qualche emigrato ritornato in patria che li abbia poi malamente utilizzati per definire l'"uovo" o che con tale senso siano stati erroneamente interpretati dalla collettività. Tutto ciò premesso, è facilmente intuibile come, per la fervida fantasia di qualche antenato della famiglia, le due parole "vicce" e "cocche" non potevano aver altro destino che quello di essere coniugate assieme per richiamare tutti gli "abitanti" del pollaio (galli, galline e….uova).
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Su tale soprannome si è aperta
una disputa.
La discussione non riguarda l'origine
del soprannome stesso, bensì il significato della parola dialettale "Virdisecche".
Secondo alcuni la "Virdisecche"
sarebbe una malattia della vite che ne provocherebbe l'avvizzimento.
Altri affermano invece che tale termine indichi una condizione particolare del terreno agricolo. Questa condizione si verifica nel momento in cui una leggera pioggia viene ad interrompere un lungo periodo di siccità. Tale pioggia, oltre a non essere di nessun'utilità per la campagna, rende il terreno completamente impraticabile ed inadatto a qualsiasi tipo di coltura. Probabilmente sono queste condizioni climatiche che provocano poi la malattia ed il conseguente avvizzimento delle viti. E' certo, comunque, che l'origine del soprannome è legata all'aspetto fisico della persona cui per prima è stato imposto: talmente magro da sembrare una vite appassita.
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Nella ricerca delle origini dei
soprannomi accade spesso di trovarsi in difficoltà soprattutto nei casi
in cui l'epiteto in esame dà adito ad ipotesi piuttosto scontate o troppo
semplici. L'esperienza però c'insegna che non bisogna mai fermarsi alla
prima supposizione, ma approfondire maggiormente la ricerca: di solito
si scopre che la prima ipotesi era errata e che le nuove scoperte sono
certamente più attendibili rispetto alle precedenti.
Questo soprannome è un classico
caso di quanto in precedenza affermato.
"La visciche"
(letteralmente vescica) è molto conosciuta nel nostro paese perché legata
all'uso che ne veniva fatta con l'uccisione del maiale. Infatti, dopo
averla accuratamente pulita, era uso comune utilizzarla come contenitore
riempiendola con salsicce e colmandone gli interstizi con strutto fuso
al fine di consentire la buona conservazione del prodotto.
Conoscendo tale pratica viene
spontaneo associare il soprannome "Visciche"
all'aspetto fisico della persona, immaginando magari un soggetto dal fisico
pingue e tondeggiante, ma, ampliando la ricerca, si scopre che la spiegazione
dell'origine dell'epiteto è ben diversa.
Alla specifica domanda: - Picchè
l'onne chiamave Visciche? - (Perché lo chiamavano Visciche?) posta
alle persone più anziane del paese, la risposta è stata precisa: - Picchè
tineve la vintature! - (perché aveva la "ventatura").
Con il termine "vintature",
nella forma dialettale s'intende l'ernia inguinale e tale fastidioso problema
era stato, in tempi probabilmente non recentissimi, utilizzato come segno
distintivo del capostipite della famiglia con tale soprannome.
Oggi, con la moderna chirurgia,
il problema si sarebbe facilmente risolto, ma allora, per mancanza di
conoscenze e di mezzi spesso si preferiva non intervenire peggiorando
ulteriormente la situazione soprattutto perché i lavori che si svolgevano
nei campi non erano certamente dei più leggeri. Era facile quindi che
il problema peggiorasse talmente con il passare del tempo che "la
vintature" assumeva dimensioni tali da potersi paragonare ad una
seconda vescica ("Visciche", appunto).
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In paese sono in pochissimi a
ricordare questo soprannome e nessuno ricorda l'aspetto fisico del suo
possessore, ma a sentirlo nominare tutti lo hanno definito "arcaico".
In effetti, nel nostro paese non esistono più abitanti che possono "fregiarsi"
di tale epiteto ed è ovviamente difficile riuscire a capirne l'origine.
Com'è accaduto anche altre volte
per il nostro dialetto, ci è venuto in aiuto il gergo campano a cui tante
volte abbiamo fatto ricorso per risolvere gli enigmi "linguistici".
Il termine "vuzzàcchio"
è, infatti, d'origine campana ed in particolare è molto usato nella provincia
di Salerno per indicare una persona grassa, obesa.
Dato che nessuno ricorda l'aspetto
fisico del capostipite di tale nomignolo, non ci è possibile verificare
la veridicità di tale affermazione, certo è che questo soprannome è un'ulteriore
conferma al fatto che nel nostro paese sono esistiti personaggi in netto
contrasto tra loro. In questo caso sicuramente Vuzzàcchie
sarebbe stato il perfetto opposto di Piccine.
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Impossibile formulare un'ipotesi
su tale soprannome. Tutte le persone anziane interpellate a Fallo, ricordano
abbastanza chiaramente il suo capostipite, ma nessuno ha saputo dare spiegazioni
sull'origine dell'epiteto. "Zunielle, ere nu viecchie
puvirielle chi ive girenne nchi ddu bbastune" (Zunielle era un
povero vecchio che girava con due bastoni): questo è quanto ricordano
di lui.
Molti sono anche gli aneddoti
sugli scherzi perpetrati ai danni del povero vecchio dai soliti bambini
irriverenti tra i quali, il più cattivo, era certamente quello di nascondergli
i bastoni, ma occorre ricordare anche che, fino a qualche anno fa, era
ancora in vita uno degli ultimi "eredi" del soprannome in questione. Certamente
tutti lo ricorderanno per le sue battute pronte e spesso irriverenti,
ma che, dette al momento giusto, inevitabilmente provocavano l'ilarità
dei presenti.
Nessuno ha mai pensato di chiedergli
l'origine del suo soprannome: sicuramente lo avrebbe spiegato arricchendolo
con una delle sue proverbiali battute.
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A Fallo, per molti anni, questo
soprannome era utilizzato per indicare chiunque avesse un carattere piuttosto
irritabile. Infatti, con la frase "Nin fa' gnè Zzà!"
(non fare come Zzà), s'invitava la persona con cui si stava discutendo
a mantenere la calma.
Da indagini più o meno accurate
svolte presso anziani "esperti" della materia, si è appurato che l'origine
dell'epiteto è da far risalire al fatto che il capostipite cui tale soprannome
era stato imposto, era così chiamato perché "cacaglieve"
(cioè balbettava).
In base a tali affermazioni
si può supporre che il personaggio in questione (particolarmente irascibile
e tendente all'ira) fosse leggermente balbuziente e che questo suo difetto
si acuisse in special modo nei momenti di discussioni molto accese.
Possiamo soltanto immaginare quanto fosse complesso intavolare un discorso con una persona simile, ma pensate anche a quanto dovesse essere incomprensibile una conversazione tra lui e, ad esempio, "Ciavaglie" che, per definizione (vedi dettaglio in questa rubrica: gruppo 3), vuol dire balbuziente!
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