L'UOVO SBATTUTO
 

A quei tempi a Fallo si risparmiava non solo per abitudine, ma quasi per obbligo morale. Anche se non ce n'era bisogno, a casa nostra tutto era messo da parte: un po' perché "non si sa mai", un po' perché ciò che non si consumava era oggetto di scambi "commerciali" con le altre famiglie del paese.

Tutte le derrate erano tenute sotto chiave in una stanza e la persona più anziana della casa era preposta al controllo della dispensa. Prendeva questa sua incombenza molto sul serio al punto che portava la chiave del locale sempre appesa al collo.

In tale situazione e visti i tempi di magra, era facile desiderare tutto soprattutto quando si era bambini ed i tuoi coetanei avevano la fortuna di accedere a leccornie alimentari che tu potevi solo immaginare. Una di queste prelibatezze era, almeno per me, l'uovo sbattuto.

Ne avevo sentito parlare da una mia compagna di giochi di allora ed il desiderio di assaggiarlo almeno una volta era così forte che, nonostante la tenera età, predisposi un piano per venire in possesso della materia prima necessaria alla sua realizzazione.

Galline in casa ne avevamo tante (intendo dire "fisicamente" dentro casa, poiché in pratica dormivano con noi), ma le uova venivano vendute. Ogni sera le galline venivano controllate (in dialetto "attintate") dalla responsabile della dispensa (la vecchia con la chiave) che al mattino verificava se il numero delle uova corrispondeva ai suoi calcoli: non si sbagliava mai. Ma una sera il controllo delle galline non ci fu: la "verificatrice" era malata. Il mattino dopo toccò a me raccogliere le uova: era un'occasione unica. Tremando di paura nascosi un uovo in un angolo della stalla e tornai a prenderlo quando in casa erano tutti affaccendati in altre cose.

Naturalmente allora erano un lusso anche lo zucchero, le tazze ed i cucchiai, ma io, almeno per lo zucchero, ero stata piuttosto fortunata: in fondo alla tasca del mio vestito ne era rimasto un pezzo duro come una pietra e di un colore più tendente al nero che al bianco. Andava benissimo.

Mi nascosi con l'uovo in un angolo della casa poco frequentato, al riparo dietro una cassapanca e mi accinsi a prepararmi il mio uovo sbattuto. Non avendo una tazza in cui versare il tuorlo, decisi di usare come recipiente la buccia stessa dell'uovo e cominciai così a romperne il guscio in cima. Per raggiungere il tuorlo ("lu rusce": il rosso) dovetti bere tutto l'albume ("lu bianche": il bianco). Il primo problema serio si presentò quando dovetti mettere lo zucchero nell'uovo: era troppo duro da sbriciolare e non potevo mettercelo intero. Guardai il pezzo di zucchero per un po', poi iniziai pian piano a rosicchiarne un angolo con gli incisivi. Quando la quantità di zucchero che mi si accumulava sui denti era, a mio avviso, sufficiente, la sputavo sul tuorlo dentro la buccia dell'uovo. "Rrr, rrr, rrr", "ptu, ptu, ptu": il rumore prodotto dal rosicchiamento dello zucchero e dallo sputacchiamento nell'uovo durò per un pezzo. Temevo di essere udita da qualcuno, ma andai avanti lo stesso finché quasi tutto lo zucchero non finì sul tuorlo. Poi arrivò la parte più difficile: come avrei fatto a sbattere l'uovo? La necessità, si sa, aguzza l'ingegno e così, dopo aver cercato inutilmente intorno a me qualcosa che potesse essermi d'aiuto, trovai la soluzione più semplice e più veloce: utilizzai il mignolo (in dialetto "lu dite cirille": il dito piccolo) per mescolare insieme il tuorlo con lo zucchero. Devo dire che la soluzione del dito inizialmente non mi era piaciuta molto visto che il colore del mio mignolo era molto simile a quello del vestito che indossavo, cioè scuro, ma data la situazione non mi sembrò il caso di sottilizzare più di tanto. Non sapevo quanto tempo dovessi mescolare per ottenere un uovo sbattuto, così continuai a girare il dito finché mi sembrò che il tuorlo dell'uovo cambiasse colore. Forse tale cambiamento era dovuto più allo scolorimento del dito che allo sbattimento dell'uovo, ma in quel momento non ci pensai minimamente. Non ricordo quanto durò tutta l'operazione di preparazione, ma rammento che vuotai il guscio quasi tutto d'un fiato e che il sapore mi sembrò squisito.

Nessuno si accorse della scomparsa dell'uovo e, ripensandoci ora, non mi sento in colpa per la mia mancanza anche perché quello fu l'unico uovo sbattuto che bevvi nella mia infanzia.

 
LO SPAZIO DI TUTTI