ZÈ MORTE MÒGLIEME E N'AEJE A 'USTE CÀ MI ZÈ LUVATE CHELLA ROGNA TRISTE
I proverbi ed i modi di dire sono stati da sempre una guida ed una tradizione del popolo. Erano una sorta d'aiuto per consentire ai meno fortunati di sopravvivere alle tante avversità di una vita fatta di sacrifici e di duro lavoro, ma anche un'arma in mano ai più deboli per difendersi dalle angherie dei più forti. Per questi motivi, anche a Fallo, i motti erano citati spessissimo anche a sproposito.
Fino alla fine dell'ultimo conflitto mondiale, in Italia e nel nostro paese in particolare, c'era un grande tasso di mortalità sia tra gli adulti che tra i bambini. Tale mortalità era provocata in parte dalle condizioni d'indigenza in cui versavano le famiglie, in parte dalla scarsa igiene ed in parte dalla poca conoscenza che si aveva in medicina. La morte era accettata come qualcosa di inevitabile e si subiva con la rassegnazione di cui solo le classi più povere e la società contadina sono capaci. Tale rassegnazione era talmente radicata nel nostro paese che una donna "sopravvissuta" a quel periodo, un po' di anni fa intervenendo su una discussione in merito ai bambini nati prematuri, espose il suo punto di vista in merito con la frase: "Prime nin ci stave tutte 'sti cose chi z'ause mò, midicine e 'ncubbatrice. Prime, si lu vaglione nin era vuone, 'ndinghe e 'ndanghe, sunave la campanelle e zi purtave e lu campisante!" (Prima non c'erano tutte queste cose che si usano ora, medicine ed incubatrici. Prima, se il bambino non era sano, din-don, suonava la campanella e si portava al cimitero!). Forse un po' troppo cinico, ma certamente realistico.
Le premesse di cui sopra (i proverbi e l'alta mortalità) si sono rese necessarie per meglio comprendere la situazione in cui fu pronunciata la storica frase: zè morte mòglieme e n'aeje a 'uste cà mi zè luvate chella rogna triste. La sua traduzione è semplice anche se, a sentirla, non depone a favore di chi la pronunciò: è morta mia moglie e mi fa piacere ché mi si è tolta di mezzo quella rogna trista. E' una brutta frase che probabilmente è giunta fino a noi proprio a causa della sua solo apparente cattiveria. In realtà la persona che la pronunciò stava semplicemente cercando di dispensare un po' di saggezza ad un amico che era andato a chiedergli consiglio su una questione legale che non si era conclusa in maniera positiva a suo favore. Tale questione legale aveva costretto questo ultimo a rinunciare in maniera definitiva ad un terreno agricolo poco o per nulla redditizio ma a cui era particolarmente affezionato perché lasciatogli in eredità dal padre.
Ciò che, in effetti, l'uomo voleva dire era più o meno questo: se hai una cosa a cui tieni in modo particolare ma che ti crea dei problemi, rinunciaci e vivrai meglio; vedi il lato positivo delle cose. Nella frase non ci sarebbe stato quindi nulla di male se un paio di particolari non l'avessero resa un po' ambigua: chi pronunciò il proverbio era divenuto da poco vedovo di una donna che non era stata certamente un esempio di docilità e di disponibilità. Che si fosse trattato di un lapsus freudiano? Come diceva un noto attore in un altrettanto notissimo film: chi può dirlo?
 
GNA' DICETTE CULLE...